Il BLOG di Flavio Meroni

Crisi del turismo: che fare?

23 gennaio 2009
 
Elio Bollag ne domanda praticamente la dissoluzione. Marco Solari, Fabio Amadò e Fernando Brunner, rispettivamente suoi presidente e vicepresidenti, lo difendono a spada tratta. In discussione da giorni sulle colonne del Corriere del Ticino  è l’utilità dell’Ente Ticino Turismo e soprattutto il suo ruolo accentratore nei confronti degli Enti locali (Lugano e Locarno in testa), fatto a suo tempo adottare dalla ex Consigliera di Stato e presidente dell’Ente medesimo Marina Masoni, su suggerimento di quello che ne sarebbe poi diventato il suo direttore-consulente Stinca.
La discussione, in corso peraltro anche in altre regioni turistiche del nostro Paese, potrebbe sembrare un confronto teorico fra due modelli organizzativi territoriali. Non fosse che la diatriba -in una fase di inarrestabile calo tendenziale delle presenze dei nostri turisti - rischia di farsi assai polemica. È un peccato, così, che gli argomenti pro e contro ETT caccino di fatto in secondo piano i veri problemi della nostra industria turistica.
Uno di questi è senz’altro rappresentato dalle tante “nomine politiche” nei vari organi incaricati del nostro turismo, cui accenna di passaggio Bollag, già consigliere comunale di Lugano.
Dick Marty, ai tempi in cui era presidente di Svizzera Turismo, aveva anch’egli puntato il dito contro questo fenomeno, diffuso dappertutto, ma tipicamente ticinese. Gli organi responsabili locali preposti allo sviluppo turistico delle nostre regioni, sarebbero infatti troppo condizionati da interessi politici per accettare una gestione professionale e super partes del marketing delle nostre risorse. Ne deriverebbe, di regola, la candidatura e la scelta di persone che accettano tali condizionamenti e conseguentemente s’accomodano di vecchie strutture, refrattarie a una strategia di marketing territoriale che, in particolare, situi esclusivamente il turista e le sue esigenze al centro della trasformazione e della crescita del settore. In pratica, avremmo troppo spesso un’industria turistica ancella di una visione politica e di poteri locali, invece di disporre d’amministrazioni ed enti cantonali e locali che supportino prioritariamente gli interessi generali.
È tuttavia probabile, che dalle nostre parti neppure l’attuale stato del settore, aggravato com’é dalla generale recessione economica, cambi alcunchè a questo modo di affrontare sia la gestione corrente della promozione turistica che la crisi perdurante. È quindi verosimilmente un’inutile perdita di tempo invocare ora uno scarto “morale” dalle pratiche passate che reintroduca nell’industria turistica metodi di merito “aziendali”, basati sulle sole competenza ed esperienza. Va anche detto, però, che la questione delle sorti del turismo cantonale non sembra ormai più risolvibile accapigliandosi sul “chi fa cosa”, semmai su quella del “che fare?”.
Uno spunto in questo senso ce lo offre di nuovo Bollag citando l’indagine di qualche anno fa de L’Hebdo sulla notorietà dei nomi delle varie stazioni turistiche svizzere, che vedeva Lugano attestarsi al 10° posto mentre il Ticino era assente dalla graduatoria. Che il nostro Cantone non sia la Provenza credo che i responsabili dell’ETT l’abbiano da tempo capito. Più difficile è senz’altro accettare che Lugano non sia St-Moritz o, meglio, che i due centri non abbiano un’attrattività turistica paragonabile. La notorietà della destinazione c’entra senz’altro, ma non basta, bisognerebbe comunque vedere di che notorietà si tratta e, in fin dei conti, questa potrebbe non essere che un’eco del passato.
La spiegazione a questa ipotesi, che vedrebbe ormai divaricarsi notorietà e potere di richiamo turistico di Lugano in particolare, pare avvalorata dall’andamento delle cifre disponibili e andrebbe analizzata con un indagine (per una volta, però, anche fra chi da noi non ci viene affatto e non solo fra quelli che già ci frequentano).
Azzarderei sin d’ora una diagnosi almeno per Lugano: la “Perla del Ceresio” apparteneva alla fortunata categoria dei nice place, luoghi verso i quali si va con gioia senza una ragione particolare, una destinazione “sicura”, carica di personalità e prestigio turistico-sociali. Poi sono arrivati gli “anni ruggenti” e da allora chi ha retto le sorti della città ha largamente abusato di una “posizione di rendita” finanziaria e geo-politica particolarmente favorevole, senza preoccuparsi di predisporre un disegno di sviluppo definito, sul piano turistico in particolare. Così, il nice place Lugano è diventato una stazione turistica come tante altre delle Prealpi, condannata ai gironi dei mercatini e delle sagre culinarie. Molti buoi sono nel frattempo scappati dalla stalla e si stenta a credere che ci ritorneranno grazie alle ricadute di eventi quali campionati calcistici e ciclistici ed expo che la sorte ha assegnato a città non troppo lontane. Meglio sarebbe ripartire da quello che ci resta da offrire e riflettere assieme, operatori e amministratori, sul “che fare” per riagganciare il treno buono delle scelte e degli investimenti turistici nazionali e internazionali.
L’ETT dice, per voce dei suoi responsabili, che i “motori” e “inventori” dei “prodotti turistici”, quindi i responsabili dell’offerta, devono essere gli Enti locali. Elio Bollag sembrerebbe d’accordo con questa impostazione e vedrebbe addirittura di buon occhio una concorrenza virtuosa fra Lugano e Locarno.
C’è da domandarsi per quale ragione proprio l’aspetto più delicato del concepimento del “prodotto” turistico stesso, l’unico immediatamente esposto alla concorrenza globale e, come tale, vero potenziale attrattore di nuovi clienti e possibile rigeneratore dell’immagine lesionata del settore, debba per forza essere demandato al livello locale. Quali sono i vantaggi di questa ripartizione dei compiti dal punto di vista della creatività, della qualità, della coerenza dei contenuti con l’immagine d’insieme, quali sono le garanzie di messa in rete interregionale delle risorse turistiche da parte di questi “inventori e coordinatori” locali?. Facendo astrazione dal sistema a suo tempo adottato, non sarebbe molto meglio prevedere al più presto una corsia preferenziale dedicata al rilancio della nostra regione e dei suoi centri che integri le migliori forze creative disponibili a prescindere dal loro inquadramento negli organigrammi cantonali ?
È vero: si torna inevitabilmente a discutere sul “chi fa cosa”; questa volta però non per distribuire “cadreghe” e “cadreghin”, ma partendo da quello che c’è da fare e di chi sul mercato delle risorse professionali sarebbe meglio adatto ad affrontare la situazione di crisi che conosciamo; per esempio, per creare in Ticino una nuova offerta di vacanze balneari, di itinerari culturali, di percorsi sportivi, di presenze festivaliere, di eventi di prestigio e, perchè no, di soggiorni residenziali finalmente integrati al nostro territorio.
 
Commenti alla pagina Usa questo blog
 
 
 

23 ottobre 2008
 
Commenti ad alcune affermazioni di sinistra
 

La sinistra si è affermata e qualificata come garante della ridistribuzione della ricchezza tra le diverse classi sociali. La ridistribuzione della ricchezza, creata ma in gran parte non goduta dai lavoratori, è uno dei compiti della sinistra, insieme all’equità, la giustizia sociale e ai principi di solidarietà.

Mettere la ricchezza al centro dell’azione politica della Sinistra è limitativo del significato di una lotta sempre più combattuta per conquistare e difendere il sistema democratico stesso, in particolare a garanzia dei diritti individuali del cittadino lavoratore e della sua qualità di vita.

Si percepisce in quella ridondanza dei compiti che ci vogliamo assegnare -equità, giustizia sociale, solidarietà, che puntualmente riappaiono negli slogan delle nostre campagne elettorali- il rifiuto del socialismo “del reale” : una resistenza ad abbandonare la griglia della lotta di classe per analizzare le dinamiche sociali ed economiche, ma anche istituzionali, agenti in una società “post” (-industriale, -moderna e forse -democratica) come quella in cui viviamo. Le dinamiche sono infatti sempre più polarizzate, anche se trasversali alla società, e oppongono, fondamentalmente, quelli che possono approfittare del sistema a chi ne è escluso. Quest’ultimo è “fuori dal giro”, perchè troppo vecchio o troppo giovane o licenziato o non sindacalizzato o semplicemente “non riconosciuto” (artigiani ecc.). Gli esclusi vanno soprattutto ricercati fra i “non protetti”, quelli senza possibilità di sfruttare la propria individuale -ancor più che di categoria- situazione nell’attuale società.

 

L’azione dei socialisti negli ultimi anni è stata caratterizzata da incertezze molto spesso dovute a contraddizioni sempre più frequenti delle altre forze politiche, da problemi organizzativi e di comunicazione e, purtroppo, anche da confronti personali e poco politici per la formazione di liste elettorali.

Si fa fatica ad immaginare come mai le “contraddizioni sempre più frequenti delle altre forze politiche” dovrebbero causare particolari difficoltà al PS, semmai il contrario, avrebbero suggerito i grandi pensatori marxisti d’un tempo! E, piuttosto che mettere innanzi gli -innegabili- “problemi organizzativi e di comunicazione”, varrebbe la pena di cercare in modo concreto di fare “cose nuove”, diverse dagli “altri” , e di essere di regola sempre più coinvolgenti verso la base.

Va di moda, per esempio, in questi tempi d’incertezze ideologiche e di personalizzazione della politica -a proposito di “confronti personali e poco politici”-, sottolineare il carisma e la capacità di comando dei capi di partito e candidati, riconoscendo a questi un certo diritto di “navigare a vista” nella realtà “globale” in cui viviamo. Ma di questi personaggi vittoriosi sembra già abbondare la destra, soprattutto quella ticinese.

Da qui l’importanza di creare il senso di un comune sentire, di empatia profonda fra elettori e candidati, sempre meno esprimibile nei programmi elettorali di un partito. È questa fiducia nella capacità di farsi interpreti dei loro interessi e preoccupazioni che probabilmente fa difetto nei confronti del PS presso le fasce meno “sindacalizzate” della popolazione.

Sarebbe quindi auspicabile che il PS fosse pronto a comunicare la sua originalità e ad esprimere almeno le sue diversità “procedurali” rispetto agli altri Partiti. Diversità di per sè importantissime agli occhi degli elettori e probabilmente già vincenti in questo periodo di dilagante antipartitismo e antipolitica.

Proviamo solo un momento a immaginare per esempio quale sarebbe il messaggio che darebbe all’insieme dell’elettorato l’adozione sin dalle prossime elezioni di un metodo di scelta dei candidati del PS attraverso delle liste aperte e l’organizzazione di primarie (d’assemblea)!? Mostriamo con la forza dei fatti, organizzando delle primarie elettorali, che siamo pronti a non stare al gioco dei partiti “storici” avversari.

 

Oggi è più difficile raggiugere fasce di popolazione attive -gruppi sindacali, lavoratrici e lavoratori del settore sanitario, sociale e scolastico, gruppi di genitori e di ambientalisti, inquilini, categorie in difficoltà come i disoccupati, uomini di cultura- e costruire allenze sociali e politiche con le altre forze di sinistra e con i verdi.

Questa crisi nasce proprio perchè la sinistra dovrebbe farsi maggiormente carico di una più grande aspettativa di giustizia in un sistema democratico sempre meno trasparente, dominato dai partiti e dai cartelli bancari e industriali. È per questa ragione che occorre un’analisi basata meno sull’opposizione capitale/lavoro che sull’integrazione o meno degli individui nei processi di globalizzazione, nell’accresciuta parte della rendita finanziaria nella nostra economia, in una società che fabbrica sempre più prodotti con meno operai per sempre meno potenziali consumatori.

Va tenuto presente, che le disuguaglianze che ne derivano sono certo altrettanto se non più antagoniste di quelle che siamo abituati a prendere in considerazione, ma passano per dinamiche e filtri culturali d’individualizzazione molto complessi che mischiano pericolosamente le carte dell’analisi politica. Da qui il pericolo per un partito di sinistra di finire per difendere sempre le stesse categorie e perdere quindi il contatto con le grandi o meno grandi nicchie di popolazione degli “esclusi” . Da qui anche il conclamato bisogno di esigere delle legittimità politiche ben definite -e che forse spesso a noi fan difetto- a chi viene chiamato a rappresentarci.

Riavvicinarsi alla realtà e riuscire a interpretarla/rappresentarla significa per forza, per il nostro PS come per tutti quelli della nostra parte di mondo, trovare dei compromessi e degli obiettivi comuni fra le diverse “sinistre” andatesi a formare, da quella degli operatori intellettuali a quella dei salariati del privato e degli artigiani, da quella dei funzionari amministrativi fino a quella “lib-lab” dei liberi professionisti.

Non sottoporci a un tale bagno di realismo come primo passo verso un necessario riposizionamento del PS ticinese e della sua politica significherebbe automaticamente limitarsi a giocare una battaglia di schieramento e rinunciare ad andare verso quei cittadini lasciati soli sia dal rapido sviluppo dell’economia che dai partiti polici che -il nostro forse non meno degli altri- non li hanno saputi comprendere e seguire.

  Commenti alla pagina Usa questo blog

 

Cittadinanza al “burka” ?

Una donna marocchina residente in Francia s’è vista rifiutare la nazionalità di suo marito, un francese di fede musulmana tradizionalista, perchè porta il burka, che le copre interamente il volto. Il Consiglio di Stato di quel Paese ha fatto in questo caso astrazione dal criterio di regola determinante della lingua francese e ha motivato la sua decisione in nome del “principio dell’uguaglianza dei sessi”. L’utilizzo del burka -che la donna ammette per altro di portare su richiesta di suo marito e degli altri “uomini della sua famiglia”- costituirebbe infatti un “comportamento incompatibile” con questo “valore essenziale della società francese”.

Va a questo proposito anche ricordata la controversa legge adottata in Francia nel 2004 che proibisce d’”indossare qualunque segno religioso appariscente” negli istituti scolastici.

Le autorità di quel Paese ancora una volta paiono così non aver dubbi sulla sempre irrisolta questione se nelle nostre società “d’accoglienza” a prevalere debba essere l’integrazione anche a tappe forzate ai nostri principi e valori o il multiculturalismo, che rispetti persino comportamenti che a noi appaiono senz’altro degradanti per l’individuo.

In Svizzera e in Ticino il problema come si porrebbe?

Va innanzitutto chiarito che il burka non può essere affatto considerato un segno religioso banale, possibilmente frutto di una scelta della sfera privata protetta dalla libertà di coscienza. In un contesto di pratiche di naturalizzazione e limitandoci al campo femminile, esso non può essere considerato alla stregua della testa rasata e della parrucca di un’ebrea ortodossa o alla pratica della castità prematrimoniale imposta da tante religioni; comportamenti questi altrettanto ma non così ¨visibilmente degradanti per la donna.

Il burka, come la sua variante senza “retina” nikba, costituisce invece innegabilmente un elemento ostentato di discriminazione fondato sulla religione e sul sesso della persona e pertanto, se necessario, rientrante nella competenza dell’amministrazione pubblica.

E se il burka fosse ciò nonostante “liberamente” portato? Non si può escluderlo, anche facendo astrazione dall’ambiente (maschile, ma perch`è no, anche femminile) in cui nasce questo comportamento costrittivo.

Va però a questo punto presa in considerazione la domanda di nazionalità nella quale è inserita la questione vestimentaria. Come può conciliarsi la volontà di aderire a un paese che fa della non discriminazione uno dei suoi principi fondamentali con un atteggiamento personale così lesivo di questo valore? Come si può credere che una tale persona sia cosciente dei suoi “diritti e doveri”? Non sorprende, a questo proposito, che, secondo le autorità francesi che hanno esaminato la candidata, la sua “sottomissione” tocchi anche l’insieme degli altri aspetti della sua vita civile.

Alla stessa stregua, da noi, per i candidati all’ottenimento della cittadinanua svizzera oltre a tener conto delle conoscenze linguistiche, delle nozioni della storia, della civica, della geografia e della cultura nazionali, andrebbe nel caso attentamente considerato il grado d’integrazione del candidato/a e il suo adattamento alla nostra società e ai suoi principi costituzionali. Non si può dubitare infatti che la domanda di chi possiede già un’altra nazionalità (alla quale di regola non rinuncia) sia frutto di una scelta libera e cosciente. Come tale non può essere trattata come un atto amministrativo dovuto, ma deve rappresentare la prima fondamentale espressione di una scelta del cittadino di un paese democratico.

Commenti alla pagina Usa questo blog

5 maggio 2008

La sinistra sconfitta

Un appunto da fare alle analisi ufficiali sui risultati deludenti del PS alle Comunali di aprile scorso, in particolare a Lugano, è la mancanza di una contestualizzazione cantonale del risultato socialista: non certo per ridimensionarne la sconfitta, ma per andare a individuare le radici di un fenomeno cui avevamo tutti convenuto d’attribuire “un valore emblematico, oltre che per gli equilibri cantonali, anche, specificatamente, per i confronti aperti da mesi in tutti i partiti storici”.

La questione va debitamente considerata in tutte le sue implicazioni e ambiti: il PS ha un problema di leadershipo, meglio, di guida a livello cantonale, che, senza troppo esagerare, condivide verosimilmente con la sinistra nazionale ed europea. Da noi, scrivevo parecchi anni fa, « una sorta di ‘partitocrazia debole’ … pratica sì la lottizzazione, ma, attraverso essa, non riesce ormai più -forse a causa dell’indebolimento del dibattito ideologico a favore del confronto d’interessi- a controllare … ‘politicamente’ i suoi mandatari nelle varie istanze ». Saremmo quindi di fronte a una diffusa personalizzazione del potere con, per di più, frequenti manifestazioni di un certo fastidio verso le rispettive «truppe da combattimento». I candidati che fanno i comodi loro rispondono a una personalizzazione crescente della politica ticinese che solo idee e programmi forti potrebbero “inquadrare” ed eventualmente ridimensionare.

Fra queste idee, ce n’era una molto appropriata, a mio avviso, proprio per arginare questo spregiudicato modo di giocare con le investiture e togliere al nostro Partito un po’ dell’incombente conformismo istituzionale che lo sta caratterizzando, da Berna all’ultimo municipio del Cantone: delle primarie -assembleari- ben fatte, non laceranti e obtorto collo come son state quelle per il Consiglio di Stato, dovevano essere portate avanti come una priorità irrinunciabile. Molti giochi e contraddizioni sarebbero così venuti alla luce, il dibattito ne avrebbe guadagnato in intensità e profondità, la mobilitazione avrebbe approfittato di una prova generale (se i risultati di Veltroni in Italia sono stati abbastanza in linea con le previsioni e lui non è stato costretto alle dimissioni dopo la sconfitta è probabilmente solo grazie all’esercizio delle primarie del PD).

È vero che la propaganda elettorale sposta pochi voti, ma è un formidabile strumento d’autoidentificazione per tutti i simpatizzanti e di guida per chi si batte in prima fila. Quindi, una volta concordata la linea, essa andava ribadita da tutti con un attivo coinvolgimento del comitato elettorale. A questo proposito, qualunque persona che abbia lavorato in un’azienda, per es. di beni di largo consumo, calcolerebbe facilmente il danno provocatoci dal comportamento a dir poco autoreferenziale di qualcuno dei “nostri”. Soprattutto qui, la personalizzazione di cui sopra provoca tutti i suoi peggiori effetti, che non si esauriranno certo a elezioni terminate.

Essenziale rimane comunque il nostro difetto di parlare, relativamente, troppo e ascoltare, relativamente, poco. Tutto quanto si sbaglia a sinistra nel comunicare, e non solo, proprio qui va a parare. Quel 30-35 % che ci dovrebbe votare non sappiamo come stanarlo nè da dove; fondamentalmente parliamo persino una lingua diversa o, meglio, quelli parlano una lingua che non rientra nei nostri schemi anche se i problemi sono spesso proprio i medesimi. Noi parliamo di ambiente loro parlano di rifiuti, loro parlano di imposte noi di finanze, noi di giovani loro di anziani, noi di comunità loro di abitanti, noi di lavoratori loro di operai. E a poco servono le indagini sui problemi della gente e della città se poi le diagnosi troppo spesso tengono conto solo dei rimedi secondo noi proponibili. Della sicurezza, per es., preferiamo non parlare o, se accettiamo di farlo, ne facciamo un problema generale che caratterizza la nostra vita a partire dal nostro lavoro e dall’ambiente. Mentre loro invocano più protezione dalla polizia contro le minacce esterne, in primis i “diversi”, che a noi invece interessa soprattutto integrare. Questo dialogo con “la base” ci risulta così sempre più difficile al di fuori di contesti “sindacalizzati” e, in città, non sappiamo più coinvolgere e mobilitare i nostri stessi aderenti e simpatizzanti in un processo decisionale che parta dai quartieri.

È il posizionamento del Partito stesso che risulta poco chiaro; e che continuerà a esserlo anche se il suo asse verrà spostato “a sinistra”, naturalmente. Cosa da questo PS effettivamente vogliano i suoi elettori “naturali” continuiamo a non volerlo sapere, sicuri come siamo di conoscere il loro bene e di proporre loro i candidati più capaci di realizzarlo.

Va dato atto alla presidenza luganese di aver comunque provato a far diversamente (a cominciare dalla campagna pubblicitaria) e aver ottenuto dei risultati che, date le circostanze, non sono neppure troppo male.

Commenti alla pagina Usa questo blog

 

6 aprile 2007

La sinistra in campagna

Per una volta (forse quell’eccezione che conferma la regola?) la nostra sinistra -il PS di Lugano- ha deciso d’innovare la propria propaganda elettorale! È scesa in campo da “libero”, fuori dagli schemi, critica e propositiva nel contempo.

In una città anestetizzata dal “partito degli affari” e che da anni si fa unicamente incantare dalla trasgressione leghista, il PS si è deciso per una campagna che affrontasse il nodo del problema del potere in Città. Con lo slogan “Ne fanno di tutti i colori. Cambiamo gioco!” e le immagini del sindaco della Città Giudici e dei municipali Masoni, Beltraminelli e Bignasca raffigurati rispettivamente nelle fattezze delle carte da gioco di re, regina, fante e jolly, si è voluto centrare il meccanismo stesso che regge Lugano da anni a questa parte.

La seconda uscita di cartelloni, riprende l’invito a “cambiare gioco” e propone nuove carte, non taroccate, dei sette candidati PS al Municipio.

La sinistra, a Lugano, non si è quindi accontentata di credere semplicemente alla bontà storica della propria causa e delle proprie idee così da ritenere secondario il modo in cui queste vengono trasmesse e l’effetto che esse provocano. Non ci si è lasciati andare, per una volta almeno, al gioco preferito della ricerca del “giusto” assoluto e al solito spaccamento del capello in quattro, rinunciando poi regolarmente a darsi gli strumenti elettorali più efficaci e a promettere almeno il “meglio” agli elettori.

Su questa vicenda felice, si sono andati comunque a inserire, probabilmente scontando l’effetto novità, due episodi veramente incredibili.

La TPL, innanzitutto, ha richiesto di togliere gli elementi caratterizzanti la campagna PS dai manifesti prima di affiggerli sui bus cittadini, poichè essa risulterebbe « critica verso organi della Città e quindi del suo principale azionista ». La direzione dell’Azienda dice di agire in difesa dei suoi amministratori e referenti, ma non prende in considerazione il rispetto di valori etici e principi di diritto, quali la garanzia della libertà di parola e d’opinione. E che ne è della parità di trattamento o “par condicio”? Un campagna simile della Lega o del PLR contro dei candidati del PS sarebbe stata ammessa dalla TPL solo perchè non critica nei confronti “del suo principale azionista”?

A questo proposito, stupisce molto e la dice lunga sul conformismo nel quale stiamo scivolando quando non sono in gioco interessi di tipo economico, che i nostri politici e gli organi di stampa non abbiano affatto reagito davanti a quest’atto censorio che imbavaglia chi esprime opinioni non conformi ai poteri forti.

Il secondo episodio -anch’esso emblematico del conformismo istituzionale su cui molto si andava discutendo proprio in questi giorni all’interno del PS- è stato lo sdegnato messaggio della candidata socialista al Municipio di Lugano, che rinnega anche lei la campagna in questione arrivando fino a far togliere il link del suo Partito dal proprio sito elettorale.

Come non concludere dicendo che la strada da percorrere sulla via della democrazia, fatta di trasparenza e disponibilità al confronto, rimane ancora lunga per tutti !?

Commenti alla pagina Usa questo blog

 
23 marzo 2008

 Campagne elettorali

Da cosa deriva la baldanza comunicativa dei politici, che dicono tutto e il contrario di tutto, ascoltando poco, per poi smentirsi, precisarsi, autocitarsi e semmai accusare gli altri d’averli fraintesi?

 

Credo vada messa in relazione con il mestiere del politico stesso, chiamato per il suo ruolo a discutere e decidere troppo spesso su faccende che non conosce abbastanza o non conosce affatto. Quel ruolo di arbitro dell’”interesse pubblico” che mette il politico al di sopra del funzionario e dell’esperto, entrambi macchiati dalla deformazione professionale dello “specialista”, che non vede al di là dei propri paraocchi, cui sfugge una “visione d’insieme” delle cose.

 

Chi ha a che fare professionalmente con i “politici” queste cose le sperimenta regolarmente, ma chiunque ne può avere facilmente conferma osservando il comportamento dei “leader”, anche di quelli più bravi e sperimentati.

 

Walter Veltroni è giunto la settimana scorsa a Lugano per presentare i suoi candidati europei alle prossime elezioni politiche. Il pubblico -che non riempiva la sala, rivelando di per sè quanto la politica italiana si è allontanata dalle sue comunità all’estero- era apparentemente un misto, prevedibile, di lavoratori facenti capo alle organizzazioni sindacali dell’emigrazione e di “colletti bianchi” espatriati. Sarebbe bastato stare a sentire per pochi minuti qualcuno di loro parlar dell’Italia per capire cosa essi s’aspettassero dal nuovo leader del PD. Essenzialmente: rassicurazioni sulle pensioni e sui servizi consolari, riforme della malapolitica e dei suoi costi, impegni sulla lotta alla criminalità organizzata e magari qualcosa di sensato sul vicino aeroporto di Malpensa. Veltroni, invece, aveva in testa un altro film, che, con la bravura e la sicurezza di chi crede di possedere la verità rivelata, ha sciorinato alla platea. Quel giorno per lui era più importante lasciarsi andare a qualche variazione sull’immagine dell’emigrato e rintuzzare l’ultimo attacco di un esponente berlusconiano, neppure nominato, sulla politica estera dell’attuale governo: a mille miglia dalla preoccupazioni di quelli che aveva di fronte e dei loro figli.

Anche nel brillante comunicatore che è Walter Veltroni si manifesta in fondo quello spirito fideista dei politici di sinistra, che credono così fortemente alla bontà storica della propria causa e delle proprie idee da ritenere secondario il modo in cui queste vengono trasmesse e l’effetto che provocheranno. Da qui la loro tendenza ai distinguo e allo spaccamento del capello in quattro, più interessati al “giusto” assoluto che a darsi eventualmente gli strumenti -elettorali- per realizzare il “meglio” in favore dei loro cittadini. Chi ha dimenticato, per rimanere in zona, il gioco al massacro in cui si sono lanciati pubblicamente per giorni gli esponenti della coalizione prodiana durante l’ultima campagna elettorale per fissare esattamente là dov’era giusto, secondo loro, l’esenzione fiscale delle successioni ereditarie? E le diagnosi contrastanti degli esponenti della maggioranza italiana sullo stato dell’Alitalia -“è in fin di vita, ha pochi giorni, ne ha per un anno, possono salvarla anche altri che Airfrance”- non rivelano, in questi giorni, una simile sovrapposizione fra analisi e ideologia, fra neo-aziendalismo e socialismo nazionale?

Commenti alla pagina Usa questo blog

 

19 novembre 2007

 

Per non “guardar oltre” le sconfitte del PS

Lo slogan della passata campagna elettorale del ps era non solo di una innoqua genericità, ma conteneva in sè una fatale previsione: “un” futuro possibile è proprio quello che non siamo stati capaci di prevedere. Tutti i contenuti che noi non siamo stati in grado di prospettare agli elettori -in un’epoca di grandi incertezze sia sulle prospettive del paese che sul sistema stesso che lo regge- sono stati accapparrati dal populismo di destra. I socialisti sono così finiti nell’angolo meno produttivo dell’arena politica, quello dell’idealismo e della fede in un “futuro migliore”. Altro nostro slogan passato, questo, che potremmo tranquillamente condividere con qualunque predicatore televisivo o venditore di elettrodomestici. Al nostro confronto, i Verdi fanno sempre più spesso figura di pragmatici materialisti. La scelta di campagne pubblicitarie più sensate, di per sè, non costa milioni!
 
 

Avremmo semmai potuto portare alle sue ultime conseguenze il detto dei pubblicitari: “metà della pubblicità che si fa è inutile … “, ma sapendo quale, eviteremmo di farla del tutto, tanto ne rimarrebbe comunque metà d’inutile, e così via.

Gli strateghi di comunicazione politica ricordano comunque che una campagna pubblicitaria, anche massiccia, non riesce a spostare in genere più del 5 % dei voti, e non sempre nella direzione voluta. A loro volta possono rivelarsi proporzionatamente più efficaci altri mezzi o elementi del comunicare. Va di moda, per esempio, in questi tempi d’incertezze ideologiche e di personalizzazione della politica, sottolineare il carisma e la capacità di comando dei capi di partito e candidati, riconoscendo a questi un certo diritto di “navigare a vista” nella realtà “globale” in cui viviamo. Ma di questi personaggi vittoriosi sembra già abbondare la destra, soprattutto quella ticinese.

 
 

Da qui l’importanza di creare il senso di un comune sentire, di empatia profonda fra elettori e candidati, sempre meno esprimibile nei programmi elettorali di un partito. È questa fiducia nella capacità di farsi interpreti dei loro interessi e preoccupazioni che probabilmente fa difetto nei confronti del PS presso le fasce meno “sindacalizzate” della popolazione (vedi su area n. 24 del 15 giugno). È il discorso politico stesso del Partito che non si è verosimilmente allargato abbastanza per comprendere e interpretare il sentire più diffuso presso l’elettorato, fatto d’insicurezza e paure. Viene persino spontanea l’impressione che la scelta da parte della dirigenza sia cosciente, se non “di classe” almeno “di parte”: come se la difesa dei salari degli operai non potesse conciliarsi per sua natura con quella dello stipendio di un qualsiasi impiegato, con le entrate di un artigiano o la rendita di un pensionato. E, soprattutto, come se tutti, o quasi, non fossero sempre più confrontati in un modo o l’altro con il medesimo degrado di qualità esistenziale.

 

Ma se anche così fosse, se un giorno ci convincessimo che nel nostro democraticissimo paese di una sola parte della popolazione si debba sempre prioritariamente tener conto perchè gli altri comunque seguiranno, non dovremo allora esigere da quel partito socialista d’essere veramente diverso? A costo di vederlo escluso o autoescluso dai giochi di potere e dei monopoli, dai consigli, dai c.d.a. e dai comitati che reggono incontrastati la nostra liberalissima società, i suoi enti e casinò? Speriamo non sia necessario arrivare a tanto, a meno che Blocher e compagni non riescano anche qui a dettare le nuove regole del gioco politico elvetico e ticinese e a buttarci fuori loro dal Palazzo.

Sarebbe per contro auspicabile che, pur mantenendo tutte le ambiguità del suo posizionamento politico ed essendo disposto a farne le spese in termini elettorali, il PS fosse pronto a comunicare la sua originalità e ad esprimere almeno la sua diversità “procedurale” rispetto agli altri Partiti. Diversità di per sè importantissima agli occhi degli elettori e probabilmente già vincente in questo periodo di dilagante antipartitismo e antipolitica.

Proviamo solo un momento a immaginare, per fare solo un esempio, quale sarebbe il messaggio che darebbe all’insieme dell’elettorato l’adozione sin dalle prossime elezioni comunali di un metodo di scelta dei candidati del PS attraverso delle liste aperte e l’organizzazione di primarie nei nostri centri più grandi !? Si è parlato molto, e invano, in questi giorni della necessità di mobilitare il nostro elettorato, ma non è stato proprio questo il risultato della candidatura indesiderata di Lurà prima e durante le ultime cantonali ? Vogliamo difendere la democrazia con coerenza e competenza dai Blocher locali ? Mostriamo con la forza dei fatti, organizzando delle primarie cittadine, che siamo pronti a cambiare le carte e persino il gioco dei Partiti avversari.

 
Commenti alla pagina Usa questo blog
6 settembre 2007
La banalità va in Città

Suonano strani i pur giustificatissimi appelli lanciati recentemente in favore di “un’edilizia con più qualità”, all’altezza della “prestigiosa e giustificata fama e tradizione architettonica” delle città del Canton Ticino. Per noi, nati e, almeno in parte, cresciuti nel più importante di questi centri, Lugano, la cosiddetta “perla del Ceresio”, ben rare sono da lustri le emozioni causate da un nuovo edificio cittadino, di qualunque natura e uso esso fosse. “Fama e tradizione” vanno ricercate nei secoli addietro e, come allora in fondo, sembrano più legate al singolo costruttore, magari emigrato, che non a una cultura diffusa, per non parlare di “sensibilità”. Come non rimaner perplessi quindi passando davanti alla variegata serie di gazebi e chioschi vari, banchetti e carretti, pensiline e giostrine, che stanno all’arredo urbano moderno come il calcio balilla sta al calcio (clicca Sulla mia scrivania ).

L’impressione che ne deriva solo riflettendoci un istante, anche senza sapere cos`è la Piazza del Palio di Siena e senza aver mai fatto una passeggiata per le strade di Lucerna, è di una diffusa, a volte pretenziosa a volte pacchiana, banalità. In questo senso è vero che si è ormai “snaturato il volto di una città”, ma cosa sta all’origine di tanta negligenza dei responsabili pubblici e privati ticenesi e luganesi in particolare?
Poche cose sembrano così bene riflettere lo spirito di un’epoca come l’edilizia, con i suoi limiti e le sue contraddizioni. E in quella luganese si concentra probabilmente tutto il vissuto di una società che ha voluto a tutti i costi, senza disporre di tutti i mezzi necessari -struttura socio-culturale, in particolare-, approfittare di una “posizione di rendita” finanziaria e geo-politica particolarmente favorevole. Gli “anni folli” di Lugano non sembrano affatto al termine, ma i segni sulla sua facciata pare che incomincino a farsi vedere anche da chi, per partito preso, dovrebbe per forza far finta che tutto vada per il meglio nella migliore delle situazioni possibili.

Diamo atto a qualcuno d’aver ora gridato, dopo decenni di spensierata cementificazione, “il re è nudo!”; ma non illudiamoci troppo sull’effetto che ne sortirà. L’unica via percorribile per recuperare il rimpianto ”appeal cittadino” passerebbe infatti per un laborioso “riposizionamento” della “Perla” e degli altri maggiori centri, per cercare di definirne realisticamente la missione eco-socio-culturale rispetto al mondo che la circonda e che, in parte almeno, si vuole attrarre. Ne deriverebbero forzatamente delle linee di sviluppo coerenti che richiederebbero disciplina di gestione e appropriati contenuti innovativi. Verosimilmente, un simile riorientamento di politiche di sviluppo e marketing cittadino nonchè delle necessarie risorse potrebbe avvenire solo se accompagnato da un convinto lavoro su e con la popolazione, che lo dovrebbe vivere praticamente in ogni ambito pubblico. Tutto ciò richiede un certo coraggio politico, ma soprattutto una “visione” di quella Lugano la quale oltre che “grande”, cioè estesa, dovrebbe per davvero essere la “nuova” Città della Svizzera italiana e non una costellazione di quartieri attorno a Piazza Riforma.

 

Commenti alla pagina Usa questo blog
 

 

21 giugno 2007

Comunicazione e sinistra ai ferri corti

 

Dalle nostre parti politica e comunicazione (intesa come disciplina specialistica) non sembrano da tempo intrattenere buoni rapporti. Questo vale soprattutto per i partiti della sinistra, che, a una spontanea attitudine di “tuttologo” dei politici d’ogni bordo, aggiungono una tradizionale diffidenza marxista verso lo “specialista” professionale, che si muove liberamente anche fuori dagli schemi, delle istanze e dei programmi del Partito. Aggiungi ancora l’attrazione fatale che la sinistra prova per l’ideologia e l’abitudine a “spaccare il capello in quattro”, che è l’opposto della sintesi ricercata da ogni pubblicitario … La mia personale esperienza in questo campo conferma senz’altro questa analisi.

Se dovessi dare qualche suggerimento per una futura campagna “di sinistra”, direi che nei confronti degli elettori -sempre più alieni alle lotte degli schieramenti partitici, da quest’ultimi ciò nonostante privilegiati, in un momento di generale povertà di proposte e programmi- sarà essenziale fare una campagna dinamica, da “libero” sul campo verde, essendo propositivi e critici al contempo. Fuori dagli schemi, significherà anche assumere pienamente, ma costruttivamente, il ruolo di opposizione in un mondo anestetizzato dal “partito degli affari”.

Bisogna stare a sentire cosa è importante per la popolazione, recepire e anticipare le sue aspettative, pensando e progettando, fin’anche “riposizionando” il territorio e dandogli nuove prospettive.

Dal punto di vista operativo, per restare “sulla palla” sarebbe essenziale istituire una sorta di “Quartiere Generale” (QG): un gruppo ristretto di persone che impostano e gestiscono la campagna al quotidiano. Questo QG dovrà “stare” sempre sull’attualità, sulle questioni che via via emergono, in modo assolutamente proattivo, andando a confutare, denunciare le cose sbagliate dette e fatte dagli altri attori pubblici (in primis, partiti e organi di informazione, enti ecc.) ma anche privati (associazioni padronali, di commercianti ecc.). Dovrà proporre in modo intelligente e documentato le opinioni del partito, rimandando puntualmente alle sue analisi e alle sue visioni politiche e per lo sviluppo. Si tratterà di valorizzare l’azione del partito, facendo ad esempio la sua cronaca degli avvenimenti e divulgarla, essere “in campana” su ogni evento o presa di posizione degli altri. Il QG dovrà essere il “braccio armato” della campagna: stuzzica l’avversario, mette a nudo le carenze e le contraddizioni del potere che da sempre ha in mano l’amministrazione pubblica e gli affari.

La strategia della campagna è decisa e verificata a intervalli regolari dall’unione del Comitato del partito e dal QG, mentre le linee della campagna medesima saranno proposte dal Comitato, verificate con il QG e adottate dall’Assemblea.

A questo proposito, va data in modo concreto l’impressione che si ha intenzione di fare “cose nuove”, di essere più coinvolgenti anche verso la base. Ad esempio facendo una variante di “primarie” per la definizione delle liste: si potrebbe ad esempio proporre all’assemblea degli iscritti una rosa di candidati più numerosa dei candidati da eleggere. Fare insomma, sin dalla lista dei candidati, una proposta più variegata, dinamica e aperta. Si tratta di essere diversi, originali, “sexy” nella proposta e nella sua comunicazione.

Da evitare quindi la comunicazione sotto forma di “diktat” e non apparire (come spesso accade alla sinistra) come saccenti. Bisogna imparare a parlare “alla signora Maria” (farsi capire da tutti…): a lei importa che i servizi attorno a casa sua funzionino adeguatamente e che si tenga conto della sua qualità di vita. Bisogna cercare di focalizzare anche dei temi a contenuto assolutamente “popolare”, accettabili dal Partito. È necessario riappropriarsi della “protesta”, della contestazione, in modo intelligente, dialogante e costruttivo, come è stata prerogativa della sinistra per molti anni.

Nella scelta dei mezzi, vanno identificati con attenzione i “veicoli” della comunicazione di campagna, definendo quali e come usarli, valutando l’efficacia dei singoli media e il rapporto costi/benefici di ciascuna operazione. Simbologia e slogan efficaci, diretti e anche provocatori, evitando d’un canto promesse di “equità” e “avveniri radiosi”, ma anche, dall’altro, l’offerta di tipo commerciale..

Impostare quindi la campagna pensando di parlare alla “signora Maria” (che è l’interlocutrice tipo del Berlusca per intenderci), ma anche a supporto dei nostri candidati e delle loro caratteristiche individuali.

Utilizzare infine i media in modo mirato, risparmiandoci in particolare costose abitudini (come le inserzioni, da sostituire nella stampa con comunicati, prese di posizione tempestive e puntuali).

 

 

 

 

Commenti alla pagina Usa questo blog

 

 

 16 giugno 2007

Realismo socialista

Le elezioni potrebbero essere definite come una salsa piccante spalmata a intervalli regolari sulla nostra vita di cittadini. Come tali, esse vanno dapprima assaporate, poi digerite/meditate. E non è affatto detto che l’immediata sensazione di piacere non ci lasci più tardi un certo amaro in bocca.

Nella resistenza opposta a leggere al di fuori degli schemi partitici il senso di una mancata vittoria elettorale, non vi è forse un chiaro rifiuto del socialismo “del reale”? Una resistenza ad abbandonare la griglia della lotta di classe per analizzare le dinamiche sociali ed economiche agenti in una società “post” (-industriale, -moderna e forse -democratica) come quella in cui viviamo. Delle dinamiche sempre più polarizzate, anche se trasversali, che oppongono fondamentalmente quelli che possono approfittare del “sistema” a chi ne è escluso come “fuori dal giro”, perchè troppo vecchio o troppo giovane o licenziato o non sindacalizzato ecc. Soprattutto non protetto e senza leva per sfruttare la propria individuale, ancor più che di categoria, situazione nella società.

Bisogna partire, in una società che fabbrica sempre più prodotti per sempre meno consumatori, da un’analisi basata meno sull’opposizione capitale/lavoro che sull’integrazione o meno degli individui nei processi di globalizzazione e nell’accresciuta parte della rendita finanziaria nella nostra economia.

Va ribadito, che le disuguaglianze che ne derivano sono certo altrettanto se non più antagoniste di quelle che siamo abituati a prendere in considerazione, ma passano per dinamiche e filtri culturali d’individualizzazione molto complessi che mischiano pericolosamente le carte del gioco politico. Da qui il rischio per un partito politico di sinistra di finire per difendere sempre le stesse categorie e perdere quindi il contatto con le grandi o meno grandi nicchie di popolazione degli “esclusi”. Da qui anche, probabilmente, il conclamato bisogno di esigere delle legittimità politiche ben definite a chi viene chiamato a rappresentarci.

Riavvicinarsi alla realtà e riuscire a interpretarla/rappresentarla significa per forza, per il nostro PS come per tutti quelli della nostra parte di mondo che attualmente non a caso accusano una più o meno profonda crisi, trovare dei compromessi fra le diverse sinistre andatesi a formare, da quella degli operatori intellettuali a quella dei salariati del privato, da quella dei funzionari amministrativi fino a quella “lib-lab” dei liberi professionisti, dagli artigiani della “libera circolazione” ai contadini del “libero mercato”.

Non sottoporsi a un tale bagno di realismo come primo passo verso un necessario riposizionamento del Partito e della sua politica significherebbe automaticamente limitarsi a giocare una battaglia di schieramento e rinunciare ad andare verso quei cittadini lasciati soli sia dal rapido sviluppo dell’economia che da partiti polici che -il PS forse non meno degli altri- non li hanno saputi comprendere e accompagnare.

 

 

Per lasciare un commento, vai alla pagina Usa questo blog

16 marzo 2007

 

Massimalismo elettorale

 
Do per scontato che Gianfranco Helbling nel suo editoriale del 9 marzo scorso intitolato Una guerra per bande volesse principalmente rivolgersi ai lettori-elettori di area. Proprio per questa ragione non sono d’accordo con le sue conclusioni.

Il discorso sull’etica, di cui era questione nell’articolo, potrebbe essere reso parecchio sofisticato se rivolto ai politici-candidati, infarcendolo di “responsabilità condivise” e “conflitti d’interessi” vari. Per gli elettori questo discorso si risolve molto più semplicemente nell’esigenza di una totale “trasparenza”, che lascia libero ognuno di giudicare la coerenza del comportamento di un candidato che domanda di rappresentarli.

Sotto elezioni, i candidati notoriamente non guardano in faccia a nessuno; gli elettori invece possono -io direi devono- esigere delle “facce pulite”. Non ha quindi probabilmente torto Helbling nel richiedere da Laura Sadis più concretezza nei suoi programmi e nei suoi impegni elettorali, ma è pericoloso creare confusione nella testa dell’elettore fra il “dire” del candidato e il “fare” dell’eletto. Così non credo vadano messe sul medesimo piano le triangolazioni finanziarie della Fondazione Villalta e il colpevole sperpero del mandato Stinca con la “povertà degli argomenti” usati da Sadis appunto contro l’opacità della gestione della Direttrice PLRT del nostro Dipartimento Finanze. La differenza fra le due non mi sembra solo uno questione di stile, ma piuttosto, per l’appunto, uno questione di etica.

Agli elettori -quelli socialisti, in particolare- può anche non importare più di tanto “risolvere i problemi in casa liberale”, ma di avere un nuovo Governo ridimensionato nella sua tanto arrogante quanto inefficiente linea liberista, questo sì! Gli errori di valutazione nella storia mondiale del massimalismo abbondano; basti ricordare -perdonatemi l’esempio- l’improvvida decisione della “borghesia occidentalizzata” iraniana di non impedire l’arrivo al potere di Ahmadinejad andando a votare per un candidato islamista più moderato.

Il giorno dopo esserci sentiti elettori, più o meno critici e avvertiti, tutti ci troveremo infatti cittadini, amministrati da governanti i cui “decaloghi” elettorali rischiano di rimanere nel cassetto fino alla prossima scadenza. Allora, aver contribuito a scegliere la compagine governativa più adatta a promuovere gli interessi del Paese e della sua popolazione per me non sarà più uno slogan più o meno azzeccato, ma una, seppur modesta, soddisfazione.

 

 

 

Per lasciare un commento, vai alla paginaUsa questo blog

 

19 gennaio 2007

Cacciamo gli struzzi dalla politica

A che è serve, in Ticino, l’inarrestabile successione di scandali e rivelazioni varie nella gestione della cosa pubblica? A rivedere le regole del “buon governo”? A condizionare le scelte e magari le candidature dei Partiti? Non si direbbe proprio o, diciamo, troppo poco.

E l’”imprenditoria” nostrana? Quando gli struzzi nascondono la testa, essa mostra la sua di … “faccia di tolla”. Così -per soffermarmi sul caso del consulente-direttore di Ticino Turismo commentato da Lorenza Capponi Degli Esposti sotto http://www.flaviomeroni.ch/?page_id=23- quando Governo e rappresentanti dei Partiti, PS compreso, fanno quadrato attorno alla Presidente-Direttrice, albergatori ed esercenti tirano fuori i soldi per comprarsi intere pagine di giornali per dire che nessuno osi ficcare il naso nella loro “Sonnenstube”!

Si direbbe che fra etica e potere non corra buon sangue, un conflitto se non insanabile certo sempre aperto, proprio come dice al bar il “popolino”. E sì che ne va dell’interesse generale e che quindi le aspettative dovrebbero essere ancora maggiori che quelle vantate dagli azionisti. Quelli della defunta Swissair, per esempio, cui i migliori rappresentanti del mondo imprenditoriale elvetico stanno in questi giorni rispondendo con il più cinico dei silenzi.

Forse perchè, come ci ammoniva Montanelli in uno dei suoi ultimi interventi, l’onestà in politica, nella sua accezione comune, non può essere il solo criterio di giudizio o, diciamo, essa andrebbe applicata in modo molto elastico. Il nostro giudizio su Hitler, Stalin e Mussolini, non sarebbe, se no, così negativo. In politica, c’entrerebbero invece soprattutto altre cose, come il rispetto per gli altri, la serietà e l’impegno per l’interesse comune.

Rimane il fatto che fra manager e politici professionisti le similitudini si stanno rivelando molte, malgrado da ambedue la categorie ci si possa attendere comportamenti e procedure non solo efficienti, ma anche una trasparente coerenza con le cariche da loro coperte.

È facile dedurne che, come gli imprenditori per rassicurare il mondo degli azionisti regolarmente sventolano la bandiera della corporate governance, i Partiti politici potrebbero anch’essi provare almeno a fissarsi qualche regola di comportamento e a inserirla nei loro programmi elettorali. Questo servirebbe per lo meno a evitare che siano presto gli industriali a dettare le loro regole alla politica o i cittadini a voler gestire i propri interessi sempre più direttamente e scavalcando i Partiti.

Per lasciare un commento, vai alla pagina Usa questo blog  

 
17 ottobre 2006

Musulmane ferventi o turiste danarose?

Il recente progetto di riservare una fetta di spiaggia di Riccione alle « facoltose donne musulmane » ha suscitato qualche scandalizzato intervento nella stampa! Di slancio, un rappresentante dell’industria alberghiera del Canton Ticino manifesta anche la sua disapprovazione nei confronti dei prospetti turistici ticinesi “decristianizzati” appositamente per i mercati islamici e degli accorgimenti suggeriti da Svizzera Turismo per rendere meno traumatico il soggiorno della sempre più sospirata clientela cinese. E se ne approfitta, di passaggio, per fare il decalogo del « buon turista », flessibile e aperto, va da sè, ai (nostri) usi e costumi.

Pur rispettando il grande « savoir faire » degli operatori tustici della riviera adriatica, è innegabile che questa loro ultima trovata, qualora si realizzasse per davvero, qualche contorcimento di stomaco a me lo provocherebbe. Ma non è di questo solo che conviene parlare, perchè ci sfuggirebbe l’essenziale e cioè, che la lezione che quelle « destinazioni » ci impartiscono è di una particolare attenzione ai nuovi bisogni della loro « danarosa » clientela.

Non si tratterebbe qui -per ritornare a casa nostra- di snaturalizzare le nostre vallate prealpine, progettando per esempio centri commerciali aperti 24 ore su 24 o « Disney park » nelle nostre valli. Anche se, in questo senso, la banalità architettonica e gli arredi urbani delle nostre città un bel contributo lo hanno già dato. No, occorrerebbe solo chiarirsi su quello che vogliamo essere e apparire agli occhi degli altri, turisti per primi, che potrebbero venire a spendere i loro soldi da noi.

Diventa allora evidente il bisogno per i nostri responsabili tustici e amministratori locali di stare maggiormente all’ascolto della clientela (quella vera, e non quella elettorale) e domandarsi quanto bene fanno, in particolare, le scelte pianificatorie e le diverse offerte di manifestazioni popolari all’attrattattività turistica dei nostri centri.

Verrebbe quindi da domandarsi se Riccione non ci indichi almeno una direzione, che fa della « missione » turistica di una regione una costante sfida al miglioramento e alla messa in sintonia delle nostre scelte -oltre che con un certo buon gusto- anche con le più prevedibili richieste dei turisti che prendono ancora in considerazione il turismo « lacustre », e che gli albergatori rimasti vorrebbero veder arrivare, se fosse possibile, in maggior numero.

Per lasciare un commento, vai alla pagina Usa questo blog

21 agosto 2006
L’altra faccia del cielo libanese

Il cessate il fuoco in Libano è caduto durante il ponte di Ferragosto e ha prontamente provocato un prevedibile quanto ottimistico sospiro di sollievo ai mercati finanziari e a quello del petrolio. La leggerezza vacanziera è stata probabilmente sufficiente anche a non farci riflettere più di tanto sulla tragica fine di Hina Saleem a Brescia, sgozzata qualche giorno fa dal padre e dagli altri maschi della sua famiglia, cui aveva negato il diritto d’interferire nella sua vita sentimentale.

Da qualche anno a questa parte, troppo facile ci viene infatti di mettere in conto agli “islamici” e alla loro deprecabile differenza culturale un crimine che invece va rubricato innanzitutto sotto la voce della discriminazione femminile. Ciò va fatto per capire quanto accaduto, ma anche per capirci “noi” e “loro” e, possibilmente, “noi” tramite “loro”. Perchè l’abitudine di perseguitare le donne è sfortunatamente “globale”, come ci ha ricordato, proprio a Ferragosto Dacia Maraini (Corsera), e rimane d’attualità praticamente ovunque sul nostro pianeta.

Lo scarto fondamentale fra le diverse civiltà mi pare piuttosto storico e sociale che antropologico e culturale. È come se tutti venissimo dal medesimo nero passato e dovessimo per forza passare da tappe dello sviluppo simili per superare una nostra innata concezione della disuguaglianza dei sessi. Solo i più ottusi difensori della superiorità della civiltà giudeo-cristiana possono dimenticare, per esempio, nella loro indignazione davanti a fatti come quello della ragazza pachistana in Italia il “passaggio obbligato” che ha costituito per la, sempre incompiuta, emancipazione delle donne occidentali la “rivoluzione” femminista del ’68. Che dire poi della faticosa soppressione del delitto d’onore, proprio nel paese dove nei banchi del Parlamento c’è gente che inneggia alla superiorità padana? Dove, se non in Puglia, la giovane Palmina fu bruciata viva dai fratelli per non essersi voluta sottoporre alla loro volontà? E, quanto a odio etnico-religioso, che dire dello sterminio di massa perpetrato dagli ortodossi serbo-bosniaci solo 11 anni fa sulla popolazione musulmana di Srebrenica?

Speriamo quindi di tirare per un attimo il fiato sulla frontiera fra Libano e Israele, ma da domani ricordiamoci che il fronte attraverso il quale va creato ad ogni costo un dialogo di pace e di cilviltà passa anche per i diritti negati alle donne. C’è da scommettere che, su questo terreno in particolare, l’avventata offensiva israelo-americana permetterà ora più facilmente al deserto di diritti umani di Hezbollah di progredire su uno dei pochissimi paesi medio-orientali dove l’altra faccia della società non era obbligata a rimanere nascosta.

Per lasciare un commento, vai alla paginaUsa questo blog

PERCHÈ UN BLOG ?!

Il giorno 26 dicembre ‘05, alle ore 14:22, Flavio Meroni scrive e Massimo Fubini gli rispondeva:

Caro Massimo,
ti spiego il mio problema.

OK.

In Svizzera e, ancor più, nel mio Cantone Ticino non esistono quasi i “politici” di
professione. Solo pochi membri dei governi federale, cantonale e di qualche
maggiore città lasciano da parte la loro carriera professionale e fanno, per un
tempo più o meno lungo, gli amministratori della cosa pubblica. Gli altri, come me, che si sentono di farlo e ne hanno la possibilità, ritagliano un po’ del loro tempo e dei loro mezzi e li buttano in politica.

L’economia - e l’efficacia - del tempo e dei mezzi è quindi un fattore centrale - e salutare - dell’azione politica. A maggior ragione, della mia, che sono membro - eletto come indipendente nella lista del Partito Socialista - di un medio Comune sulle colline della Città di Lugano, per l’appunto Collina d’Oro.
Va anche detto, che forse questa situazione conoscerà altri sviluppi, ma, sostanzialmente, il mio “profilo”, anche data l’età, può considerarsi completo.

:-)

Sono arrivato all’idea di farmi un blog personale, però, soprattutto per delle ragioni “ambientali”. La vita politica, economica e sociale del mio, opulento paese si è
andata vieppiù ingessando ed è dominata da una sorta di “Partito degli affari”
trasversale. Questa “coalizione del quieto vivere”, in particolare, ha di fatto inibito
ogni dialogo e confronto sui problemi che anche da noi stanno sempre più
drammaticamente condizionando la vita di tutti i giorni (terrorismo, probabilmente,
escluso).
In Svizzera è stato sempre praticamente inutile contestare, ma ormai non è
neppure più utile discutere, perchè si preferisce nascondere la testa e sperare “che passi”, un po’ come ci è riuscito nel passato. Può quindi risultare sovente velleitario intervenire nei dibattiti, nelle assemble, nei giornali, are petizioni o organizzare manifestazioni: le cose sembrano destinate a continuare così, speriamo non fino al “grounding” finale (vedi Swissair).

Messaggio chiaro…
Conosco un po’ l’ambiente avendo studiato per 4 anni a Zugo …

È per questa ragione che ho pensato di fare quello che nessun politico, a mia
conoscenza, fa qui da noi, e di esprimermi di preferenza sulle “frequenze” del
blog.

Val la pena di tentare, anche perchè l’atmosfera di soffocamento intellettuale e
politico che ti descrivo è ormai sentita da molti e il diffuso senso d’impotenza sembrerebbe non aspettare altro che uno sfogo per incanalarvisi. Già una ventina d’anni or sono, chi scelse proprio in Ticino un mezzo nuovo come il giornale gratuito domenicale, riuscì a farsi sentire come non mai e, in una certa misura, a
cambiare le regole del gioco. Ma di tutto ciò potremo senz’altro ancora parlare…

Ringraziandoti sin d’ora dell’attenzione e della pazienza che mi avrai spero consacrata, ti vorrei domandare se te ne potresti occupare tu nella fase tecnica
preparatoria.

Con grande riconoscenza e amicizia.

Flavio

Me ne occupo con piacere.
Ciao.

M.
————————————————–
Massimo Fubini - Tomato Interactive
Via Plinio, 22
20129 Milano Italy
Tel 02.29419139
Fax 02.70030269

mailto:massimo@tomato.it
http://www.tomato.it
—————————————————
Try http://www.contactlab.it
Successful email marketing solution

Per lasciare un commento, vai alla paginaUsa questo blog

Per lasciare un commento vai alla pagina Usa questo blog