Il BLOG di Flavio Meroni

CODICE ETICO.

Leggendo il
bell’articolo di Carlo Briccola pubblicato dalla Regione qualche tempo
fa sull’ “etica degli affari”, in chi si occupa o s’interessa di politica
poteva anche nascere una certa invidia. Ecco infatti che ci veniva ricordato
come il capitalismo neoliberista avesse da qualche anno a questa parte
codificato un certo numero di regole del mercato per meglio “governare” il suo
proprio sviluppo, legato soprattutto all’entrata massiccia nel mercato
azionario di nuovi soggetti, collettivi e diffusi. A questi, siano essi i
mitici fondi pensione o l’attento investitore in borsa, si vorrebbero
sopratutto offrire delle garanzie di trasparenza e lealtà di comportamento fra
i diversi attori aziendali, tuttora molto rare nel mondo degli affari, ancora
dominato da consistenti retaggi di “familismo amorale”.

Si tratterebbe poi
anche, a mio avviso -e l’irresistibile caduta del Gruppo SAir dovuta alla sua
pessima guida lo provano inconfutabilmente-, di andare oltre le regole
classiche del capitalismo, per affrontare i problemi di competenze e
responsabilità  creati dai nuovi rapporti
fra proprietà e management delle grandi aziende nonchè quelli, sempre in
equilibrio delicato, fra impresa e ambiente sociale.

Intendiamoci,
l’ammirazione e l’eventuale invidia da parte di chi si occupa di politica per
quello che si sta elaborando nel mondo impreditoriale -la cosiddetta corporate
governance
- non potrebbe certo nascere dalla messa in pratica di questi
codici e principi concordati fra i capitani d’impresa, perchè tale applicazione
e soprattutto il suo controllo sembrano per ora rinviati a tempi migliori. Si
tratta piuttosto di sapere perlomeno, molto teoricamente, quale sarebbe il
quadro di riferimento di un’agire “etico” e di dare all’azionista/cittadino dei
criteri per giudicare, per eventualmente sollevare dalle responsabilità, gli
amministratori o manager inadempienti.

Curiosamente, gli
imprenditori in questione, in uno strano gioco delle parti, starebbero
intanto  cercando d’imporre proprio al
mondo politico europeo quello che essi stessi giudicano prematuro per le loro
aziende. Così è nato recentemente un “libro bianco”, che la Commissione UE
potrebbe adottare nel prossimo dicembre, con lo scopo di rivedere le sue
procedure decisionali e migliorare il servizio da essa fornito, in particolare,
proprio alle aziende.

Questo rinnovato
dialogo con le istituzioni, che implicitamente vuole ridimensionare lo Stato a
uno “sportello” di servizi con accessi riservati, mette comunque in ombra il
confronto d’interessi fra shareholder e stakeholder, o azionisti
e dipendenti (nonché clienti e cittadini), su cui era centrata la nuova “etica
degli affari”. E, oltre a ciò,  allontana
probabilmente la speranza di veder lottare il mondo imprenditoriale in favore
di una maggiore efficienza del mercato ottenuta soprattutto tramite la garanzia
di pari opportunità e condizioni per tutti gli operatori.

Sul versante della
politica, a parte gli sforzi degli imprenditori indicati sopra per
condizionarne il procedere, sembra che ben poco si muova nel senso di una vera
e propria governance. A nulla son valsi, per esempio, “mani pulite” e,
da noi, un proliferare di vicende destinate a minare definitivamente la
tradizionale fiducia elvetica nella nostra amministrazione. Basti vedere
l’incredibile impreparazione con la quale continua a essere gestita sia dal
Governo grigionese che dal suo Partito la vicenda del Consigliere di Stato
Aliesch.

E a che è servita,
in Ticino, l’inarrestabile successione di scandali e rivelazioni varie? A
rivedere le regole del “buon governo”? A condizionare le scelte dei Partiti?
Non si direbbe proprio. Tutti ricordano la rinuncia dell’avvocato Pezzati alla
vicepresidenza del Gran Consiglio, ma il suo buon esempio non sembra affatto
aver fatto scuola. Basti pensare,per esempio, al generale rifiuto d’entrata in
materia opposto all’invito del PS di riconsiderare la candidatura di Attilio
Bignasca a primo cittadino del Cantone per l’anno prossimo. Altro che codici di
autoregolamentazione e rispetto delle cariche!

Si direbbe proprio
che, in generale, fra etica e potere, senza esserci un conflitto insanabile,
come d’altronde alcuni da sempre pretendono, non corra comunque buon sangue; e
sì che ne va dell’interesse generale e che quindi le aspettative dovrebbero
essere ancora maggiori che quelle degli azionisti di un’impresa. Forse perchè,
come ci ammoniva Montanelli in uno dei suoi ultimi interventi, l’onestà, nella
sua accezione comune, in politica non basta o, diciamo, va applicata in modo
molto elastico. Il nostro giudizio su Hitler, Stalin e Mussolini, non sarebbe,
se no, così negativo. In politica, c’entrano altre cose, come il rispetto per
gli altri, la serietà e l’impegno per l’interesse comune.

Rimane il fatto
che fra manager e politici professionisti le similitudini sono molte e
da ambedue la categorie ci si possono attendere comportamenti e procedure non
solo efficienti, ma anche d’una trasparente coerenza con le cariche da loro
coperte. È facile dedurne che, come gli imprenditori per rassicurare il mondo
degli azionisti regolarmente sventolano la bandiera della corporate
governance
, i Partiti politici potrebbero almeno provare anch’essi a
fissarsi qualche regola di comportamento e a inserirla nei loro programmi.
Questo servirebbe per lo meno a evitare che siano presto gli industriali a
dettare le loro alla politica o i cittadini a voler gestire sempre più
direttamente e scavalcando i Partiti i propri interessi.

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