Investire in lontane lingue “d’affari”
Formazione
Investire in lontane lingue “d’affari”
Prima viene la cultura, poi il business. La sentenza è attribuita ad un non meglio definito saggio dignitario del Partito cinese da Antonio Paolucci, sovrintendente ai beni culturali di Firenze e già ministro della cultura del governo italiano, ospite a Pechino dell’inaugurazione della mostra “Lo specchio del tempo. L’uomo e il suo mondo in sei secoli d’arte italiana attraverso le collezioni dei musei di Stato fiorentini”, punta di diamante dell’anno italiano in Cina.
Una sentenza analoga la propone il ticinese Flavio Meroni, sinologo di formazione ed ex diplomatico, attualmente consulente aziendale per la Cina: senza guanxi non si fanno affari. E per “guanxi”, spiega Meroni, s’intende conoscenze, relazioni, connections, come dicono gli anglofoni. Come ovunque, naturalmente, ma in Cina ancora di più. Solo la conoscenza della cultura in senso lato, della mentalità, delle abitudini, delle tradizioni, permettono di decifrare i messaggi verbali e non che il cinese ti manda. Occorre sapere, ad esempio, che il cinese con conosce il nostro “no”, ma usa un “non” ricco di sfumature. Oppure è utile sapere che la copia, il falso d’autore in Cina, tradizionalmente, non ha alcuna accezione negativa: ha la medesima dignità artigianale dell’autentico.
Una notizia utile per chi volesse lanciarsi nelle aste d’arte, ma anche per chi si propone di penetrare il mercato cinese con più o meno lussuose griffes della moda occidentale. Lo sa bene Meroni, che nelle scorse settimane ha organizzato a Lugano una serie di conferenze e dibattiti intitolati “Cina: instruzioni per l’uso”. Lo sa bene perché, facendo la spola fra Oriente e Occidente, si sta proprio occupando di legislazione sulla contraffazione.
Chi pensa di andare in Cina, fare i soldi e portarseli a casa può scordarselo: già riuscire ad aprire la porta giusta è tutt’altro che semplice. Portarsi a casa i guadagni, poi, è ancora più difficile – avverte Meroni.
Sicuramente l’investimento giusto l’ha fatto lui, quando oltre trent’anni fa’ ha scommesso su un’eccentrica combinazione di studi: diritto e sinologia, che negli anni 70 aveva ancora un sapore esotico. Tanto esotico da portare Flavio Meroni dall’Università di Zurigo (dove la sinologia insegnata era improntata all’antichità) all’Istituto di studi orientali di Napoli, dove peraltro era l’unico iscritto al suo anno e il laureato in scienze politiche per l’oriente numero 31 della secolare storia dell’Istituto medesimo.
Meroni, quindi, ha avuto un bel fiuto ad intuire che un giorno avrebbe potuto fare di una passione culturale un’attività professione … ma oggi come stanno le cose? Oggi – risponde il il nostro interlocutore – c’è molta più richiesta e di conseguenza ci sono anche molti studenti e molte possibilità in più, in Cina medesima. Comunque a un giovane volonteroso darei senz’altro il consiglio di investire nello studio della lingua e della cultura cinese.
Cinese, arabo, giapponese o russo: una lingua “lontana” potrebbe costituire veramente il valore aggiunto, il jolly che fa la differenza in un curriculum vitae, ora che nessuno si nega più un paio di master e che l’inglese mutuato dal computer è ormai la lingua “madre” della comunicazione globale dei giovani.
La combinazione tra lingue e culture lontane e studi economico-giuridici effettivamente si sta facendo largo anche nelle università svizzere, come indica Maddalena Muggiasca, orientatrice cantonale per gli studi accademici, che sottolinea pure il crescente rilievo dato all’apprendimento delle lingue in ambito universitario. In questa prospettiva, ad esempio, da qualche anno l’Università e il Politecnico di Zurigo hanno costituito un centro linguistico comune, con un’offerta vastissima di corsi di lingue, dalle più vicine alle più lontane.
Ma le lingue lontane non s’ imparano solo all’università e anche alle nostre latitudini l’offerta non manca. Il cinese è il più attuale, ma anche l’arabo è in progressione, mentre russo e giapponese hanno ormai attechito.
I primi tre diplomi di cinese nella Svizzera italiana sono stati consegnati lo scorso autunno dalla Scuola Club Migros, convenzionata con l’Istituto italiano per l’India, l’Africa e l’Oriente, certificatore di qualità riconosciuto internazionalmente, mentre il prossimo autunno partirà la prima offerta di lingua cinese dei corsi per adulti.
Se i corsi per adulti si indirizzano principalmente al vasto pubblico desideroso di acquisire i primi rudimenti della lingua dal particolare fascino calligrafico, la proposta della Scuola Club punta sì sull’insegnamento della medesima lingua con tre livelli di apprendimento, ma si propone anche di andare oltre, profilandosi con un ampliamento di prospettiva culturale-economico.
Come spiega la direttrice Yvonne Pesenti, che confessa di essersi particolarmente appassionata al cinese, alla “semplice” offerta di corsi linguistici (standard d’introduzione, triennale di preparazione all’esame per il certificato e triennale di preparazione all’esame per il diploma) abbiamo voluto abbinare un’introduzione culturale a tutto campo. Così, come accanto alla lingua araba abbiamo voluto offrire un corso di lettura del Corano, per quanto riguarda il cinese abbiamo pensato di proporre un corso indirizzato specificamente a imprenditori e aziende dal titolo “Come operare in Cina”: una serie di 10 seminari condotti da professori universitari che permettono a chi si propone di realizzare progetti in Cina di acquisire conoscenze fondate sul contesto sociale, giuridico ed economico nel quale si troveranno ad operare. Il successo ottenuto da questo percorso formativo, che si è concluso proprio in questi giorni, è andato oltre qualsiasi aspettativa: 31 iscritti. E abbiamo divuto applicare un numerus clausus!
Il lusso in lingua originale
Se il cinese può aprire le porte della consulenza aziendale o dei servizi finanziari e l’arabo può aprire quelle del giornalismo o dell’editoria (l’attenzione al mondo islamico ha avuto una spettacolare impennata nei media dopo l’11 settembre 2001!), il russo e il giapponese possono (o potevano?) aprire le porte del commercio di lusso: gioielli, scarpe, borsette, ville e appartamenti.
Forse non sarà un requisito indispensabile, ma vuoi mettere lo chic di vendere nella lingua originale del cliente, facendolo sentire straordinariamente a casa sua anche quando estrare la carta di credito o firma un contratto d’acquisto?
Qualche anno fa’ la fiction televisiva italiana “Commesse” ha portato i telespettatori dentro il mondo delle boutiques nelle vie più esclusive di Roma. Veronica Pivetti, Sabrina Ferilli nei panni di commesse italiane a vendere vestiti a clienti italiane? Ma quando mai. Via Condotti è roba da turisti, boutiques e commesse comprese.
Il termometro della geoeconomia della moda è il primo negozio romano di Prada: 15 anni fa la commessa cosmopolita era americana; poi c’è stata l’invasione delle giapponesi, pronte ad accogliere le orde assetate di marchio ordinate in lunghe file fuori dalla porta; infine, più sommessamente, è apparsa qualche russa. In realtà, fra le giapponesi doc, qualche studentessa italiana in grado di padroneggiare la lingua più alla moda del turismo da boutique era pur riuscita ad insinuarsi.
Ma ora? Ci sarà l’agognato boom cinese nel turismo della moda con conseguente rifornimento di commesse? Qualora i tour operators concedessero la fatidica tappa shopping ad una massa critica sufficiente di turisti di Pechino o di Shanghai, sicuramente non ci sarebbero problemi a trovare personale perfettamente bilingue: le figlie di centinaia di ristoratori cinesi ormai perfettamente integrate in Italia, ma gelose delle loro radici culturali.
Narra una leggenda metropolitana che non più di un paio d’anni fa’ un russo approdato a Lugano si sia letteralmente invaghito della Collina d’oro. Come Hermann Hesse. Diversamente dallo scrittore tedesco, però, il facoltoso russo si sarebbe lasciato prendere la mano dall’investimento immobiliare, comprando appartamenti, case e terreni srtotolando pacchetti di banconote dagli innumerevoli zeri. Una vera manna per le agenzie immobiliari moltiplicatesi negli ultimi anni.
Sarà solo una leggenda? O un fuoco di paglia? Non si direbbe se si considera che, recentemente, la divisione immobiliare di una grossa fiduciaria luganese ha presentato il suo nuovo team dotato di una collaboratrice di lingua russa.
E’ vero – ammette la portavoce della direzione – la clientela russa è in aumento. Tuttavia la presenza nel nostro team di una collaboratrice che conosce il russo è considerata solo un valore aggiunto: la nostra clientela russa conosce infatti perfettamente almeno l’inglese.
Matilde Fontana