Il BLOG di Flavio Meroni

LIBERALISMO.

A proposito della scelta dei mezzi in politica: il gerarca Deng Xiao-ping
cambiò il corso della Cina postmaoista con lo slogan “importa poco se
il gatto è bianco o bigio, purchè pigli i topi!”.
I cinesi non se lo fecero ripetere due volte e il loro paese da
superideologizzato in pochi anni diventò supercorrotto, non riuscendo
peraltro, nella trasformazione, a guadagnare uno iota di democrazia.
Fatte le debite proporzioni, anche Giovanni Galli -nell’editoriale
pubblicato dal CdT del 28 aprile scorso- prova a indicare una via
d’uscita dalla fase, per alcuni aspetti già “postconsociativa”, che
conosce attualmente il nostro paese. Il conflitto in corso da noi in
Ticino -che ha conosciuto il suo momento di maggiore visibilità con il
voto sul finanziamento della scuola privata e rischia di partorire
spontaneamente una sorta di sistema politico bipolare maggioritario-
andrebbe, secondo Galli,  affrontato soprattutto in termini
politically correct: bisogna (saper) battere l’avversario con il
confronto delle idee senza mai cercare di delegittimarlo attaccandolo
frontalmente.
Un tale appello risponde senz’altro a nobili intenzioni, ma convince
poco il contesto nel quale l’autore lo inserisce, cioè il dibattito
attuale sulle “aperture al settore privato e alla liberalizzazione”,
che ideologizzato lo è per eccellenza. Che bisogno c’è di appellarsi
alle buone maniere in politica proprio su una questione come quella del
più o meno stato, dove, in realtà, dagli ideologi postcomunisti a
quelli a quelli neoliberali nessuno sa più dove andare a sbattere la
testa? E numerosi casi recenti nostrani -dall’Ente ticinese per il
turismo consegnato alla consulenza privata al Bagno Spiaggia luganese
rifiutato alla gestione pubblica- sono tutti fondamentalmente
contraddittori proprio dal punto di vista ideologico?
Secondo questo modo d’intendere, andrebbero soprattutto evitati la
“celebrazione di processi in pubblico”, l’uso “strumentale” degli atti
parlamentari e gli attacchi “selettivi” di certa stampa. Non vedo però,
in tutto questo richiamo al ritegno politico a che santo dovrebbe
votarsi il cittadino che vuole capire la posta in gioco, dato che nei
programmi e nei libri bianchi del liberismo, non si spiega certo, per
esempio, quando e per quali ragioni sia giusto trasgredire i principi
del libero mercato.
Per quanto riguarda la stampa e la sua libertà, in particolare, di cui
il vostro direttore celebrava la ricorrenza alcuni giorni fa, lo sanno
ormai anche i bambini che ci sono dei silenzi più clamorosi (e
scandalosi) di un titolo in prima pagina: a ciascuno quindi il suo modo
di offrire il suo “prodotto” informativo ai propri lettori. Ma quel che
più importa in questo contesto è l’ipotesi secondo la quale da noi
vengano addirittura violate delle regole della democrazia, seguendo
l’esempio storico ticinese della Lega. La quale, per altro, queste «
regole » sembrerebbe riscoprirle, da quando gli elettori l’hanno
installata nelle camere dei bottoni cantonali e comunali, e
distribuisce querele persino a chi si permette d’informare la sua gente.
Personalmente non credo che la democrazia sia garantita dal fair play e
che quindi i fenomeni indicati da Galli costituiscano un reale pericolo
per essa. Semplicamente, se di certe cose non si discute
esaurientemente là dove si dovrebbe (Governo, Parlamento, Comuni,
Partiti, Consigli d’amministrazione, Assemblee ecc) e s’impongono,
sovente con insufficente trasparenza, delle scelte discutibili, la
decisione finisce fuori sede e il cittadino elettore la rifà sua
attraverso tutti i mezzi di cui dispone, fra i quali la stampa ma anche
quelli di democrazia diretta. Tali segni d’insofferenza popolare
-d’altronde non molti- non sembrano comunque inquietare eccessivamente
i nostri politici, che continuano a tirar dritto per la loro strada.
Non sarebbe quindi tanto il sistema democratico -inteso come insieme
formale di regole-  a risentirne, quanto la democrazia «
sostanziale » : il governo per il popolo e non solo del popolo. Proprio
con questo metro andrebbero eventualmente misurati, e criticati, i
fenomeni evidenziatisi con maggiore chiarezza negli ultimi tempi anche
in Ticino. Ma la lista allora risulterebbe ben più lunga e andrebbe
stilata senza guardare in faccia nessuno, con un giusto fair play e
molto spirito democratico, per l’appunto.
Confucio, un altro cinese che s’intendeva di politica, millenni fa
disse che prima d’incominciare a discutere è importante dare il nome
giusto alle cose. Una buona occasione per farlo, e dibattere della
partecipazione della cittadinanza alle istituzioni nonché dei problemi
a queste eventualmente create dalla nostra « classe politica »,
potrebbe essere il Convegno che su proprio questi temi si terrà il 18 e
19 maggio prossimi a Bellinzona.

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