Il BLOG di Flavio Meroni

RIFORME.

Altrimenti rischiamo di mettere il nostro futuro dietro di noi: viene da
dirlo a quelli che evocano immancabilmente il “buon tempo
antico” quando si parla di come va il paese. Una sorta di fuga verso un’”età
dell’oro”, che sembra essere terminata l’altro ieri, tanto le cose sono
precipitate in questi ultimi anni. Era l’età di quando, essenzialmente,  non esistevano tanti ostacoli o interferenze
che oggi impedirebbero alle cose di girare per il verso giusto.
Si può dire che per noi la discesa cominciò
con l’inflazione nata dalla crisi del petrolio degli anni settanta; ma il
momento da quando nulla sarà mai più come prima, spiace dirlo, si situa alla
caduta del muro sovietico e alla fine della guerra fredda. La neutralità della
Svizzera si svuotò allora improvvisamente di contenuti ideologici: essa, da
politica dell’equidistanza divenne politica di pace. E, proprio in nome della
pace e del suo “mantenimento”, si sa, le potenze mondiali non più frenate
dall’equilibrio del terrore avrebbero fatto di tutto, e soprattutto molte
guerre.

A questa “banalizzazione” del ruolo
internazionale del nostro paese s’aggiunse la formidabile esplosione dei
mercati, che tutt’ora rappresenta il fenomeno della globalizzazione. E noi
svizzeri -non si sa se per continuare a difendere a tutti i costi il nostro
posto al sole della concorrenza internazionale o se, invece, perchè in fondo
funzionavamo da sempre così- riuscimmo a infilare una serie di scandali
politici, economici, finanziari e giudiziari assolutamente degni di una
qualunque delle democrazie “imperfette” circostanti.

Novità assolute? Non proprio, ma il sistema
faceva ormai fatica ad assorbirle: disoccupazione strisciante, plateale attacco
internazionale alla nostra neutralità storica, perdita di posizioni sui mercati
internazionali, ossessiva rimessa in questione del nostro segreto bancario da
parte dei nostri paesi di riferimento. Tutti fenomeni che hanno
fatto in poco tempo della Svizzera un paese molto meno differente dagli altri.

Agli occhi di tutti? No di certo, e
soprattutto non ancora a quelli nostri. Qui entra in scena infatti una certa,
da noi diffusa, “ossessione” politica per il diverso -sia esso persona che
idea- ingenerata da una quasi naturale nostra autoreferenzialità: tanti
percorsi e scelte storici unici, un sistema socio-politico modellato sui nostri
bisogni, sembrano aver fatto di noi dei cittadini poco propensi al dubbio e
alle rimesse in questione radicali.

Si diceva sopra, che, dalle nostre parti,
questa impressione nasce davanti a tanti discorsi che rimpiangono i “vecchi
tempi”, quando, per esempio, “la gente stava a casa sua e non veniva a farsi
mantenere da noi”, quando “Tremonti e soci non impedivano a chi voleva di
cercar rifugio nelle nostre banche per i suoi capitali” o quando “i turisti
passeggiavano sui nostri lungolaghi e compravano le belle cose offerte dai
nostri negozi”.

Non si tratta tuttavia solo di discorsi da
bar, bensì di un’abitudine a vedere il mondo assai diffusa anche presso coloro
ai quali il ruolo politico, in particolare, imporrebbe d’affrontare i problemi
per quel che sono, in modo analitico e alla luce dei fatti. Sembriamo preferire
tutti sognare un universo intrinsicamente uguale a noi stessi, cercando semmai
di rimuovere meccanicamente gli “accidenti” o corpi estranei a noi sfavorevoli.

Così, a un mondo in piena “deregulation” dei
mercati e delle idee, con il capitalismo della Cina comunista che sconvolge il
commercio internazionale e Blair il laburista che va alla guerra con Bush il
petroliere, si pensa di contrapporre, per esempio, il “progetto” di un “Ticino
che funzioni come un orologio”. Se questa è la visione dei politici per il
nostro sviluppo -in particolare, di chi si candida alla guida delle nostre
città- che ne è del salto qualitativo e quantitativo richiesto dalla perdurante
recessione e dal “nuovo” elemento contenuto nelle fusioni comunali?

Governare le trasformazioni richiederebbe ai
“primi cittadini”, piuttosto, di “pensare oltre”, al di fuori degli schemi,
naturalmente lineari e conservatori, dell’amministrazione (non solo quella
pubblica). Richiederebbe una volontà di raddrizzare la barca evitando d’affidarsi
semplicemente al buon vento della congiuntura, eventualmente in ripresa.

Chi propone, nel 2004, senza ridere, agli
abitanti di un nostro centro urbano di “modellare senza stravolgere” fa  tutt’al più del “lifting”, ma non affronta le
questioni sul tappeto. A livello locale, languono le attività turistiche,
commerciali, finanziarie, la viabilità e altri settori ancora, più
congiunturali, ma che anch’essi dovrebbero far parte di un programma concordato
di legislatura.

I fenomeni che affliggono queste aree di
crisi andrebbero, così, individuati con lucidità e coraggio, anche se, forse,
fanno particolarmente male sotto elezioni. Essi sono senz’altro dovuti a delle
condizioni quadro nazionali e internazionali difficili, ma, alle nostre
latitudini, hanno anche dei caratteri loro propri che si chiamano: offuscamento
della nostra immagine internazionale, insufficienze strutturali, debolezze
programmatiche, clientelismi e partitismi, marginalità verso la Svizzera e
distacco nei confronti dell’Insubria.

Viene da pensare che la progettualità insita
in un simile approccio risulterebbe estranea al nostro agire corrente e, in
particolare a quello dei nostri amministratori presenti o futuri. Un progetto
maturato fuori dai sentieri battuti verrebbe senz’altro temuto; vi si
arriverebbe eventualmente a scorgere persino una grandeur fuori posto
nel nostro sistema di democrazia diretta. Ma è proprio di questo che si tratta,
di saper pensare diversamente davanti a ogni nuovo problema e non di ridurlo
per forza a quello che noi pensiamo d’essere capaci di risolvere meglio.

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