Il BLOG di Flavio Meroni

Se il principe dirige case da gioco e banche

Quel che conta sono i risultati. È secondario come vengono raggiunti. I
mezzi sono un optional, un dettaglio qualsiasi per raggiungere gli obiettivi.
Indignarsi per i “mezzi” adoperati, significa non avere a cuore il “fine”.
Nessuno, nessuno a cui fosse chiesto di giudicare
questo comportamento - cioè che il “fine” giustifica sempre e comunque i
“mezzi” usati - darebbe piena approvazione. Eppure, nel segreto della propria
attività, privata o pubblica, questi individui spesso non disdegnano simili
atteggiamenti.
È su questi princìpi che vogliamo ragionare dopo aver
letto alcuni fatti della piccola, ma tanto eloquente, realtà nostrana. Due in
particolare: lo scandalo Suva e i sospetti sulla gestione amministrativa del
Casinò di Lugano, gestione poco attenta ad alcuni princìpi, appunto.

Le banche, alcune banche, non hanno esitato a
finanziare l’immobiliarista Virgilio, il palazzinaro finito in carcere per lo
scandalo Suva, sebbene a vista d’occhio alcune transazioni destassero più di un
interrogativo. I prezzi d’acquisto concordati da Virgilio per l’acquisizione
(sempre e solo sua, di immobili Suva) erano palesemente bassi. Talmente bassi
che alcuni istituti di credito, sentendosi ampiamente al riparo da rischi,
hanno finanziato oltre il 100 per cento del valore di rogito firmato da
Virgilio. Ma non solo: stando alle notizie sfuggite al segreto istruttorio, lo
hanno fatto senza o con insufficienti “pezze giustificative”.
Insomma, gli affari prima di tutto. E non è che fuori
dalle banche, altri professionisti vicini ai business di Virgilio si siano
fatti particolari scrupoli! Magari chiedendosi come fosse possibile che la Suva
vendesse solo a lui; o domandandosi come fossero possibili prezzi d’acquisto
così bassi…

Gli affari prima di tutto. Il “fine” sopra ogni cosa.
I “mezzi” sono secondari. Come per il Principe di Machiavelli, ricordate? I
concetti di bene, virtù e moralità – sosteneva - devono essere confrontati solo
con la realtà dei fatti. Ne consegue che sotto il profilo politico e
finanziario, positivo e quindi morale è un comportamento capace di commisurare
sapientemente i “mezzi” al “fine”.
Rileggiamo queste cose in una vecchia edizione
commentata (Rizzoli ‘77) del Principe di Machiavelli. Per il Principe,
pensate!, un comportamento si può definire “buono” se è capace di tradurre in
realtà un disegno con l’ausilio di ogni “mezzo”, eventualmente anche
discordante dalla comune coscienza etica. Al contrario, l’immoralità si
identifica con l’inefficienza, con il fatalismo, con la mancanza di una visione
realistica.

Ebbene, alcune scelte economico-finanziarie del Casinò
di Lugano ai nostri occhi appaiono un po’ “principesche”. Il Casinò non è
un’azienda privata, ma una società la cui maggioranza della proprietà è in mano
pubblica. Il 67 per cento appartiene al Comune di Lugano. Pertanto - secondo
una vecchia sentenza del Tribunale cantonale amministrativo - l’investimento
effettuato dall’ente pubblico per l’acquisizione delle azioni, “non è
prevalentemente di ordine finanziario, bensì di tipo pubblico e politico”.
Che c’entra tutto ciò col Principe e il suo Popolo?
C’azzecca, eccome, perché il Comune non può disinteressarsi di quel che è, e
potrebbe essere, l’indotto economico creato nella realtà locale da questa
struttura. Non può il sindaco Giudici dire, come ha fatto domenica scorsa sul
Caffè, “guardo solo i risultati finali del Casinò. Sono soddisfatto; se
privilegiano o meno artigiani locali non è affar mio. Sono scelte dell’azienda,
fa i suoi interessi”. La citazione è testuale e non è estrapolata da alcun
contesto. È la risposta del sindaco alla giornalista che gli faceva notare i
moltissimi (quasi tutti) acquisti effettuati in Italia dalla casa da gioco.

I Principi sbagliano. Sbagliano quelli del Casinò
e quelli del Comune, che ne sono i principali proprietari. Sbagliano non solo
perché le norme e la giurisprudenza parlano chiaro, affermando che le “società
che realizzano e gestiscono i casinò, il cui pacchetto azionario è detenuto
nella sua maggioranza da enti pubblici, sono chiamate a svolgere un compito di
diritto pubblico”. I Principi sbagliano perché è evidente l’inopportunità di
acquistare di tutto e di più fuori dai confini cantonali e nazionali, come
raccontato dal Caffè questa e la scorsa domenica. Dai mobili alla moquette, dai
volantini ai manifesti, dai cappellini alle salviette, sino ad arrivare ai menù
del ristorante.
È inopportuno, sebbene in Italia i prezzi possano
essere più convenienti, sebbene le forniture possano essere più celeri. È
inopportuno, come è inopportuno acquistare in Italia, da due anni e passa, solo
attraverso (meglio sarebbe dire “da”) una società, quella del proprio
consulente marketing (da quest’estate assunto come direttore marketing) già
lautamente stipendiato con 9 mila euro al mese. 18 mila franchi ora che è
direttore.
Ma sono anche altre le inopportunità e i conflitti
d’interesse venuti alla luce grazie all’inchiesta di questo giornale.
Inopportunità e conflitti che, comunque, non sembrano meravigliare più di
tanto. Anzi, la meraviglia è per il nostro interesse, per i nostri
interrogativi, per il nostro sconcerto dinanzi a palesi contraddizioni.

Il Principe, ricordate?, giudica immorale
l’inefficienza, la mancanza di una visione realistica delle cose. Per il
Principe immorale è chi non ha a cuore le finanze delle banche, la loro
presenza in transazioni immobiliari milionarie, anche se sospette. Immorale è
chi non comprende che la crescita di fatturato e di utili del Casinò è
l’obiettivo primo, superiore anche agli interessi dell’impresa locale, cioè del
tessuto economico della regione dove opera.
Il “popolo” - rileggiamo nel nostro consunto
Machiavelli - è materia bruta plasmata dalla virtù del Principe, perché il
“popolo” è superficiale nella condotta.
Questo è il popolo, secondo il Principe. E il Principe
giudicato dal popolo?  

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