Il BLOG di Flavio Meroni

TURISMO.

I Cinesi: un miliardo e trecento milioni, di cui cento milioni si preparerebbero a far del turismo all’estero. Per ospitarli, in Ticino avremmo, teoricamente, ventitremila letti scarsi, case di cura comprese.
Secondo la logica dei numeri, quindi, per soddisfare ampiamente tutti gli operatori turistici del nostro Cantone ne basterebbe solo una piccolissima parte. Andrà così? Si capisce, almeno, che qualcuno lo speri.
Dopo la recente spedizione cinese della delegazione della Città di Lugano, l’assemblea di Ticino turismo di mercoledì scorso è stata una nuova occasione per offrire a quello che è probabilmente il settore economico più in affanno del paese questo zuccherato placebo. Ma siamo proprio così mal ridotti da dover credere a tutto quello che ci raccontano? E se anche ci dovessimo credere, cosa converrebbe fare per attirare davvero verso di noi dei visitatori così lontani e sconosciuti?
La “ripresina”, decimale, del turimo nostrano riesce difficilmente a nascondere le dimensioni di una crisi che non è solo di pernottamenti e di pasti serviti, ma comporta ormai la riconversione residenziale, commerciale e, quel che è più importante, “politica” delle nostre risorse d’accoglienza. Non scompaiono quindi solo gli alberghi (15% letti in meno negli ultimi 10 annni), ma il discorso stesso dei responsabili dello sviluppo turistico si è andato sempre più stemperando verso un “salviamo il salvabile”. Non a caso, l’altro giorno, all’assemblea di Ticino Turismo, il sempre molto accorto Marco Solari se n’è uscito con un invito a riesumare “boccalini e chitarre”!
Dell’attrarre l’installazione di grandi catene alberghiere internazionali, per esempio, non è più questione e la querelle dei nuovi musei di Mendrisio e Locarno prescinde sostanzialmente dalle potenzialità turistiche dei progetti medesimi. Non parliamo del “Cantone giardino” di Pellanda memoria, chè ricordarlo, solo alla luce dei problemi irrisolti della nostra pianificazione, potrebbe sembrare addirittura politicamente scorretto. Come probabilmente “politicamente scorretto” potrà sembrare far notare che un turismo ticinese che crede in se stesso avrebbe da tempo smesso di farsi così pesantemente condurre dalla politica, a tutti i livelli, a cominciare da quello cantonale, dove, eclissatosi il super consulente-direttore, siamo rimasti con la Direttrice di Dipartimento-Presidente e un Direttore anch’egli frutto di evidenti scelte politiche.
È questa una situazione che probabilmente predispone ad affidarsi alla buona sorte; che, da qualche tempo a questa parte, si chiama soprattutto Repubblica Popolare Cinese. Speranze sballate?
La semplice logica dei numeri, di cui sopra, legittima un certo ottimismo: di tutto quel muoversi di milioni di persone, rimarrà pure qualche preziosa briciola per noi, non foss’altro perchè stiamo in mezzo a tante mete europee. Ma come rendere la Svizzera e il Ticino una tappa del pellegrinaggio fra tante destinazioni europee “inevitabili”? Non certo sperando di vendere ad ogni costo quello che piacerebbe a noi, come per esempio un nuovo museo dell’architettura, ma, molto più semplicemente, andando a scoprire quello che loro già sanno e s’aspettano da noi e, in generale, dalla vita. E sì, è da lì che converrebbe cominciare, perchè un cinese non parte in viaggio come, mettiamo, sceglie un corso di studi o un lavoro. Anzi, tendenzialmente cercherà, anche lui come noi, una compensazione piacevole al suo quotidiano immaginativo.
Ha senso allora inserire ad ogni costo, come fa il Marketing dell’ETT, i Cinesi nel segmento “50+”, interessato a “Italianità in Svizzera, Dolce Vita (Shopping/Casinò), Unesco” (leggesi Patrimonio dell’Umanità) oltre che “natura” ? Chi solo conosce un po’ quel paese e i suoi abitanti sa che ogni giudizio sulla sua evoluzione attuale va dato con grande cautela e scevro da idee preconcette. Cominciano a saperne qualcosa, per esempio, le grandi marche occidentali, i cui lussuosi negozi nelle grandi metropoli cinesi continuano ad attrarre più curiosi (e contraffatori!) che clienti.
Ma forse ancor più utile sarebbe - per questi potenziali ospiti più ancora che per altri- porsi dapprima la domanda su chi sono e come essi son fatti. Si scoprirebbe così una loro considerevole rigità di costumi e abitudini, che vanno dal cibo (apprezzabile almeno il fatto che non si sia pensato di vender loro il Ticino gastronomico!) agli orari, ma anche ben oltre. Su un volo intercontinentale di una compagnia aerea cinese può quindi capitare di ricevere i pasti secondo l’ “ora di Pechino”, indipendentemente dal fatto che si sta volando nei cieli europei. Della nostra “civiltà”, in particolare, i Cinesi hanno scelto e continueranno a farlo, solo quello che a loro conviene di più, senza alcun complesso culturale e con il pragmatismo che li contraddistingue. Quindi, calcio, formula uno oltre che tecnologia, sì; monumenti d’arte e folclore locale, no. Si accettano scommesse su “Shopping” e “Casinò”! Comunque sarebbe opportuno partire dall’idea che non tutti gli asiatici, Russi e Ucraini compresi, siano fatti alla stessa maniera.
Forse, rimangono da spendere come elemento d’attrazione indiscutibile, le bellezze naturali, o quel che rimane di esse dalle nostre parti. Difficile dire se sia sufficiente per attrarre chi abita così lontano e si accinge solo ora a scoprire il mondo: varrebbe la pena d’indagare per tempo!
Viene in mente, a questo proposito, un graffiante spot radiofonico appena diffuso dalle Poste italiane per promuovere un loro prodotto finanziario: “attento, se non risparmi non ti rimarrà che passare le tue vacanze a Lugano, dalla zia!”. Ma ce l’avranno mai una zia, i Cinesi, dalle nostre parti?

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