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	<title>Il BLOG  di Flavio Meroni</title>
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		<title>Spingere il carro nella giusta direzione</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 21:03:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fmeroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[La maggioranza di un Municipio proclama d’essere quella che « tira il carro »; a me questo non verrebbe mai in mente, anche se fosse lontamente vero. Continuo a credere nella collegialità degli esecutivi e nel metodo della concordanza, dove, semmai, è più importante spingere nella giusta direzione che farsi tirare dai più forti. Anche perchè questi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La maggioranza di un Municipio proclama d’essere quella che « tira il carro »; a me questo non verrebbe mai in mente, anche se fosse lontamente vero. Continuo a credere nella <strong>collegialità degli esecutivi</strong> e nel <strong>metodo della concordanza</strong>, dove, semmai, è più importante spingere nella giusta direzione che farsi tirare dai più forti. Anche perchè questi potrebbero avere la tentazione di tirare le cose verso di sè invece che verso il bene di tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spesso, in questi anni di legislatura a Collina d’Oro mi siamo così trovato non d’accordo sugli obbiettivi, ma ancor più spesso sulle <strong>procedure </strong>della maggioranza: dall’<strong>ex sanatorio di Agra raso al suolo</strong> nonostante gli impegni a mantenerne facciate e paesaggio oggi risorto come casermone per il <em>wellness</em> di magnati russi, senza neppure un accesso di favore alla popolazione che ne ha “concesso” l’uso privato. Al <strong>pasticciaccio </strong><strong>della nuova scuola dell’infanzia</strong>, che rischia d’esser senza fine, dove d’un canto per la gran fretta si conferisce senza concorso alcuno l’incarico di progettare a un architetto amico e dall’altro si prevedono delle strutture provvisorie milionarie, scelte anch’esse senza passare per le dovute procedure. Per altre cose invece come, per esempio, una <strong>spiaggetta / porticciolo pubblici</strong> o un’<strong>area di incontro / svago giovanile </strong>o la <strong>riqualifica di Ca’ di sopra a Gentilino</strong> le difficoltà sembrano per contro insormontabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per la legislatura che sta per teminare (la 2° in successione della storia della Collina che vede una presenza “socialista-verde-indipendente” in Municipio), ci sono stati accordati i dicasteri della Cultura e Scuola americana e quello delle Attività produttive e turismo (oltre che la scottante presidenza della Commissione naturalizzazioni). Vale allora la pena di indicare almeno tre delle iniziative che siamo riusciti a portare a termine in questi ambiti, tutte legate a un miglioramento della qualità della vita. A cominciare da un’articolata ordinanza che regola ormai ogni forma di <strong>pubblicità esterna</strong> sul nostro territorio con, in particolare, un divieto assoluto di installare cartelloni in tutti i suoi comparti residenziali. Poi, una convenzione è stata firmata con la <strong>TASIS</strong>, che ne limita e circoscrive lo sviluppo nel nostro abitato, prevedendo anche un tetto di studenti e delle regole per la loro circolazione e vita fra di noi. Infine, si è proseguito nella <strong>valorizzazione del nostro territorio</strong> sia a fini culturali che turistici, non solo con dépliant, cartine e percorsi culturali, turistici e di svago, ma anche procedendo al recupero o restauro di opere d’arte (ultimamente in Sant’Abbondio e a Viglio) o organizzando studi ed eventi legati al vino in vista della creazione di un “distretto eno-viticolo” della Collina.</p>
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		<title>MANIFESTI di Oliviero Toscani, 27-03-2011</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 20:13:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fmeroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[appena letto]]></category>

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		<description><![CDATA[Già mi aveva maldisposto alla sua prima apparizione, ma che delusione rivedere riproposto lo stesso becero contenuto della campagna &#8220;bala i ratt&#8221;. Mi sembra di essere tornato indietro di quasi mezzo secolo, ai tempi dell&#8217; &#8220;iniziativa Schwarzenbach&#8221;. E non ne parlo per sentito dire, perchè quel clima, quella stagione, li vissuti direttamente sulla mia pelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Già mi aveva maldisposto alla sua prima apparizione, ma che delusione rivedere riproposto lo stesso becero contenuto della campagna &#8220;bala i ratt&#8221;. Mi sembra di essere tornato indietro di quasi mezzo secolo, ai tempi dell&#8217; &#8220;iniziativa Schwarzenbach&#8221;. E non ne parlo per sentito dire, perchè quel clima, quella stagione, li vissuti direttamente sulla mia pelle quand&#8217;ero studente alla Scuola d&#8217;arte di Zurigo,  la Kunstgewerbeschule, all&#8217;epoca molto importante e dove ho avuto invece un&#8217;educazione specifica di fotografia, design e grafica.  Ma sono stato educato, purtroppo, anche a ben altre esperienze. Come quella campagna contro l&#8217;&#8221;inforestierimento&#8221; che altro non era che una campagna anti-italiani, allora erano più della metà di tutti i lavoratori stranieri emigrati in Svizzera. So di cosa parlo perchè la sera insegnavo aritmetica nelle &#8220;colonie libere&#8221; e mi imbattevo in connazionali analfabeti, o semianalfabeti, che non parlavano altra lingua se non il proprio dialetto d&#8217;origine. So di cosa parlo, perchè ricordo i miei interminabili conflitti con la polizia zurighese. Solo per citare un esempio vorrei ricordare un episodio che oggi dovrebbe far morire di vergogna. Come studente ero obbligato, ogni tre mesi, a rinnovare il mio permesso di soggiorno. Un giorno ebbi la bella idea, alla voce &#8220;razza&#8221; nell&#8217;apposito modulo, di scrivere &#8220;umana&#8221;. Oggi sono costretto a spiegare che la pretesa era che scrivessi &#8220;italiano&#8221;. Ci rendiamo conto? E non avevo fatto altro che parafrasare Einstein, e quel   &#8220;di razza umana&#8221;che scrisse sul modulo al suo arrivo in America, dove si trasferì a seguito delle persecuzioni antisemite. Il grande scienziato intendeva ribadire così che la &#8220;razza&#8221; è un falso scientifico, io, nel mio piccolo volevo solo far notare come fosse assurdo vedere quella  voce su un formulario che 25 anni prima il premio Nobel aveva già compilato correttamente. Evidentemente è una ruota che gira, e che ora si ripresenta in altre forme. E non parlo solo dei manifesti della campagna &#8220;bala i ratt&#8221;, perchè lo stesso clima si avverte in Italia, con l&#8217;avversione  ostile verso qualsiasi forma di immigrazione. Sarà la crisi economica che fa scattare la paura di perdere qualcosa che si è più o meno faticosamente guadagnato, ma proprio come i manifesti con i topi è un segno di debolezza, una paura che fa scappare quel poco di intelligenza che si dovrebbe avere. E questo dalla Svizzera non me l&#8217;aspettavo, perchè della Confederazione ho un grande rispetto, al punto che non ho mai pensato che dovesse aderire all&#8217;Unione europea; al contrario, siamo noi europei che dovemmo entrare nella Svizzera, incrementando i suoi cantoni. Questa dei topi è una grande scemata, una provocazione, e sento già l&#8217;obiezione: senti da che pulpito viene la predica. Ma la parola provocazione, in sè, non vuol dire niente, perchè una cosa è provocare interesse, altra provocare interesse imbecille, un&#8217;attenzione marcia, becera. Chi l&#8217;ha ideata sicuramente gongola del fatto che, con un investimento &#8220;pubblicitario&#8221; di poche migliaia di franchi ha ottenuto un ritorno di visibilità dieci, cento volte superiore. Ma cosa vuol dire? Anche chi fa un peto in mezzo ad un gruppo di gente sicuramente attira l&#8217;attenzione, fa incazzare alcuni, disgustare altri, ma sempre un peto resta. E io sarei l&#8217;ultimo a dare una connotazione negativa al verbo provocare, perchè provocare per me vuol dire vedere le cose da un punto di vista diverso, alla ricerca di un cambiamento. La provocazione è il sugo, l&#8217;essenza dell&#8217;arte. Senza provocazione non ci sarebbe sviluppo, ma questo modo di provocare non ha alcun senso, è gratuito e non sarà mai vincente. E mi dispiace anche per il topo, un animale che è ovunque ed è anche intelligente; probabilmente più di chi lo ha &#8220;usato&#8221; come un luogo comune. Mi chiedo che faccia avrebbe avuto un &#8220;ratt&#8221; svizzero: grasso, con le braghe di pelle che mangia l&#8217;Emmentaler? Del resto basta guardare i manifesti pubblicitari dei politici &#8211; e vale per la Svizzera, l&#8217;Italia, tanti altri Paesi &#8211; per constatarne la mediocrità; tanti faccioni che ti guardano, uno slogan raffazzonato, il simbolo di partito, un numero di lista&#8230; Il linguaggio usato, purtroppo, rispecchia il loro livello qualitativo. Non ci sono ideali perchè non ci arrivano proprio, guardano solo all&#8217;indietro. La maggior parte di quelli che fanno politica adesso è composta da quanti non sanno fare bene qualsiasi altra cosa, dei mediocri che per questo ripiegano sul fare  politica. Mediocre, come loro. E il bello è che sono gli stessi che trovano irriverenti le mie campagne. Irriverenti verso chi? Verso chi ha ancora un concetto tradizionale ed obsoleto della comunicazione?</div>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 18:42:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fmeroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[appena letto]]></category>

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		<description><![CDATA[Published: September 2, 2009
I. MISTAKING BEAUTY FOR TRUTH]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Già mi aveva maldisposto alla sua prima apparizione, ma che delusione rivedere riproposto lo stesso becero contenuto della campagna &#8220;bala i ratt&#8221;. Mi sembra di essere tornato indietro di quasi mezzo secolo, ai tempi dell&#8217; &#8220;iniziativa Schwarzenbach&#8221;. E non ne parlo per sentito dire, perchè quel clima, quella stagione, li vissuti direttamente sulla mia pelle quand&#8217;ero studente alla Scuola d&#8217;arte di Zurigo,  la Kunstgewerbeschule, all&#8217;epoca molto importante e dove ho avuto invece un&#8217;educazione specifica di fotografia, design e grafica.  Ma sono stato educato, purtroppo, anche a ben altre esperienze. Come quella campagna contro l&#8217;&#8221;inforestierimento&#8221; che altro non era che una campagna anti-italiani, allora erano più della metà di tutti i lavoratori stranieri emigrati in Svizzera. So di cosa parlo perchè la sera insegnavo aritmetica nelle &#8220;colonie libere&#8221; e mi imbattevo in connazionali analfabeti, o semianalfabeti, che non parlavano altra lingua se non il proprio dialetto d&#8217;origine. So di cosa parlo, perchè ricordo i miei interminabili conflitti con la polizia zurighese. Solo per citare un esempio vorrei ricordare un episodio che oggi dovrebbe far morire di vergogna. Come studente ero obbligato, ogni tre mesi, a rinnovare il mio permesso di soggiorno. Un giorno ebbi la bella idea, alla voce &#8220;razza&#8221; nell&#8217;apposito modulo, di scrivere &#8220;umana&#8221;. Oggi sono costretto a spiegare che la pretesa era che scrivessi &#8220;italiano&#8221;. Ci rendiamo conto? E non avevo fatto altro che parafrasare Einstein, e quel   &#8220;di razza umana&#8221;che scrisse sul modulo al suo arrivo in America, dove si trasferì a seguito delle persecuzioni antisemite. Il grande scienziato intendeva ribadire così che la &#8220;razza&#8221; è un falso scientifico, io, nel mio piccolo volevo solo far notare come fosse assurdo vedere quella  voce su un formulario che 25 anni prima il premio Nobel aveva già compilato correttamente.<br />
Evidentemente è una ruota che gira, e che ora si ripresenta in altre forme. E non parlo solo dei manifesti della campagna &#8220;bala i ratt&#8221;, perchè lo stesso clima si avverte in Italia, con l&#8217;avversione  ostile verso qualsiasi forma di immigrazione. Sarà la crisi economica che fa scattare la paura di perdere qualcosa che si è più o meno faticosamente guadagnato, ma proprio come i manifesti con i topi è un segno di debolezza, una paura che fa scappare quel poco di intelligenza che si dovrebbe avere.<br />
E questo dalla Svizzera non me l&#8217;aspettavo, perchè della Confederazione ho un grande rispetto, al punto che non ho mai pensato che dovesse aderire all&#8217;Unione europea; al contrario, siamo noi europei che dovemmo entrare nella Svizzera, incrementando i suoi cantoni.<br />
Questa dei topi è una grande scemata, una provocazione, e sento già l&#8217;obiezione: senti da che pulpito viene la predica. Ma la parola provocazione, in sè, non vuol dire niente, perchè una cosa è provocare interesse, altra provocare interesse imbecille, un&#8217;attenzione marcia, becera.<br />
Chi l&#8217;ha ideata sicuramente gongola del fatto che, con un investimento &#8220;pubblicitario&#8221; di poche migliaia di franchi ha ottenuto un ritorno di visibilità dieci, cento volte superiore. Ma cosa vuol dire? Anche chi fa un peto in mezzo ad un gruppo di gente sicuramente attira l&#8217;attenzione, fa incazzare alcuni, disgustare altri, ma sempre un peto resta. E io sarei l&#8217;ultimo a dare una connotazione negativa al verbo provocare, perchè provocare per me vuol dire vedere le cose da un punto di vista diverso, alla ricerca di un cambiamento. La provocazione è il sugo, l&#8217;essenza dell&#8217;arte. Senza provocazione non ci sarebbe sviluppo, ma questo modo di provocare non ha alcun senso, è gratuito e non sarà mai vincente.<br />
E mi dispiace anche per il topo, un animale che è ovunque ed è anche intelligente; probabilmente più di chi lo ha &#8220;usato&#8221; come un luogo comune. Mi chiedo che faccia avrebbe avuto un &#8220;ratt&#8221; svizzero: grasso, con le braghe di pelle che mangia l&#8217;Emmentaler? Del resto basta guardare i manifesti pubblicitari dei politici &#8211; e vale per la Svizzera, l&#8217;Italia, tanti altri Paesi &#8211; per constatarne la mediocrità; tanti faccioni che ti guardano, uno slogan raffazzonato, il simbolo di partito, un numero di lista&#8230; Il linguaggio usato, purtroppo, rispecchia il loro livello qualitativo. Non ci sono ideali perchè non ci arrivano proprio, guardano solo all&#8217;indietro. La maggior parte di quelli che fanno politica adesso è composta da quanti non sanno fare bene qualsiasi altra cosa, dei mediocri che per questo ripiegano sul fare  politica. Mediocre, come loro. E il bello è che sono gli stessi che trovano irriverenti le mie campagne. Irriverenti verso chi? Verso chi ha ancora un concetto tradizionale ed obsoleto della comunicazione?</p>
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		<title>TURISMO.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Cinesi: In Ticino dalla zia?, "la Regione Ticino", 2 febbraio 2005]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I Cinesi: un miliardo e trecento milioni, di cui cento milioni si preparerebbero a far del turismo all&#8217;estero. Per ospitarli, in Ticino avremmo, teoricamente, ventitremila letti scarsi, case di cura   comprese. <br />
Secondo la logica dei numeri, quindi, per soddisfare ampiamente tutti gli operatori turistici del nostro Cantone ne basterebbe solo una piccolissima parte. Andrà così? Si capisce, almeno, che qualcuno lo speri. <br />
Dopo la recente spedizione cinese della delegazione della Città di Lugano, l&#8217;assemblea di Ticino turismo di mercoledì scorso è stata una nuova occasione per offrire a quello che è probabilmente il settore economico più in affanno del paese questo zuccherato placebo. Ma siamo proprio così mal ridotti da dover credere a tutto quello che ci raccontano? E se anche  ci dovessimo credere, cosa converrebbe fare per attirare davvero verso di noi dei visitatori così lontani e sconosciuti?<br />
La &#8220;ripresina&#8221;, decimale, del turimo nostrano riesce difficilmente a nascondere le dimensioni di una crisi che non è solo di pernottamenti e di pasti serviti, ma comporta ormai la riconversione residenziale, commerciale e, quel che è più importante, &#8220;politica&#8221; delle nostre risorse d&#8217;accoglienza. Non scompaiono quindi solo gli alberghi (15% letti in meno negli ultimi  10 annni), ma il discorso stesso dei responsabili dello sviluppo turistico si è andato sempre più stemperando verso un &#8220;salviamo il salvabile&#8221;. Non a caso, l&#8217;altro giorno, all&#8217;assemblea di Ticino Turismo, il sempre molto accorto Marco Solari se n&#8217;è uscito con un invito a riesumare &#8220;boccalini e chitarre&#8221;! <br />
Dell&#8217;attrarre l&#8217;installazione di grandi catene alberghiere internazionali, per esempio, non è più questione e la <em>querelle </em>dei nuovi musei di Mendrisio e Locarno prescinde sostanzialmente dalle potenzialità turistiche dei progetti medesimi. Non parliamo del &#8220;Cantone giardino&#8221; di Pellanda memoria, chè ricordarlo, solo alla luce dei problemi irrisolti della nostra pianificazione, potrebbe sembrare addirittura politicamente scorretto. Come probabilmente &#8220;politicamente scorretto&#8221; potrà sembrare far notare che un turismo ticinese che crede in se stesso avrebbe da tempo smesso di farsi così pesantemente condurre dalla politica, a tutti i livelli, a cominciare da quello cantonale, dove, eclissatosi il super consulente-direttore, siamo rimasti con la Direttrice di Dipartimento-Presidente e un Direttore anch&#8217;egli frutto di evidenti scelte politiche. <br />
È questa una situazione che probabilmente predispone ad affidarsi alla buona sorte; che, da qualche tempo a questa parte, si chiama soprattutto Repubblica Popolare Cinese. Speranze sballate? <br />
La semplice logica dei numeri, di cui sopra, legittima un certo ottimismo: di tutto quel muoversi di milioni di persone, rimarrà pure qualche preziosa briciola per noi, non foss&#8217;altro perchè stiamo in mezzo a tante mete europee. Ma come rendere la Svizzera e il Ticino una tappa del pellegrinaggio fra tante destinazioni europee &#8220;inevitabili&#8221;? Non certo sperando di vendere ad ogni costo quello che piacerebbe a noi, come per esempio un nuovo museo dell&#8217;architettura, ma, molto più semplicemente, andando a scoprire quello che loro già sanno e s&#8217;aspettano da noi e, in generale, dalla vita. E sì, è da lì che converrebbe cominciare, perchè un cinese non parte in viaggio come, mettiamo, sceglie un corso di studi o un lavoro. Anzi, tendenzialmente cercherà, anche lui come noi, una compensazione piacevole al suo quotidiano immaginativo.<br />
Ha senso allora inserire ad ogni costo, come fa il Marketing dell&#8217;ETT, i Cinesi nel segmento &#8220;50+&#8221;,  interessato a &#8220;Italianità in Svizzera, Dolce Vita (<em>Shopping</em>/Casinò), Unesco&#8221; (leggesi Patrimonio dell&#8217;Umanità) oltre che &#8220;natura&#8221; ? Chi solo conosce un po&#8217; quel paese e i suoi abitanti sa che ogni giudizio sulla sua evoluzione attuale va dato con grande cautela e scevro da idee preconcette. Cominciano a saperne qualcosa, per esempio, le grandi marche occidentali, i cui lussuosi negozi nelle grandi metropoli cinesi continuano ad attrarre più curiosi (e contraffatori!) che clienti.<br />
Ma forse ancor più utile sarebbe &#8211; per questi potenziali ospiti più ancora che per altri- porsi dapprima la domanda su chi sono e come essi son fatti. Si scoprirebbe così una loro considerevole rigità di costumi e abitudini, che vanno dal cibo (apprezzabile almeno il fatto che non si sia pensato di vender loro il Ticino gastronomico!) agli orari, ma anche ben oltre. Su un volo intercontinentale di una compagnia aerea cinese può quindi capitare di ricevere i pasti secondo l&#8217; &#8220;ora di Pechino&#8221;, indipendentemente dal fatto che si sta volando nei cieli europei. Della nostra &#8220;civiltà&#8221;, in particolare, i Cinesi hanno scelto e continueranno a farlo, solo quello che a loro conviene di più, senza alcun complesso culturale e con il pragmatismo che li contraddistingue. Quindi, calcio, formula uno oltre che tecnologia, sì; monumenti d&#8217;arte  e folclore locale, no. Si accettano scommesse su &#8220;<em>Shopping</em>&#8221; e &#8220;Casinò&#8221;! Comunque sarebbe opportuno partire dall&#8217;idea che non tutti gli asiatici, Russi e Ucraini  compresi, siano fatti alla stessa maniera.<br />
Forse, rimangono da spendere come elemento d’attrazione indiscutibile, le bellezze naturali, o quel che rimane di esse dalle nostre parti. Difficile dire se sia sufficiente per attrarre chi abita così lontano e si accinge solo ora a scoprire il mondo: varrebbe la pena d&#8217;indagare per tempo! <br />
Viene in mente, a questo proposito, un graffiante <em>spot </em>radiofonico appena diffuso dalle Poste italiane per promuovere un loro prodotto finanziario: &#8220;attento, se non risparmi non ti rimarrà che passare le tue vacanze a Lugano, dalla zia!&#8221;. Ma ce l&#8217;avranno mai una zia, i Cinesi, dalle nostre parti?</p>
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		<item>
		<title>RIFORME.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:48:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Non progettiamo la nostalgia "la Regione Ticino", 1° aprile 2004]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Altrimenti rischiamo di mettere il nostro futuro dietro di noi: viene da<br />
dirlo a quelli che evocano immancabilmente il “buon tempo<br />
antico” quando si parla di come va il paese. Una sorta di fuga verso un’”età<br />
dell’oro”, che sembra essere terminata l’altro ieri, tanto le cose sono<br />
precipitate in questi ultimi anni. Era l’età di quando, essenzialmente,&nbsp; non esistevano tanti ostacoli o interferenze<br />
che oggi impedirebbero alle cose di girare per il verso giusto.<br />
Si può dire che per noi la discesa cominciò<br />
con l’inflazione nata dalla crisi del petrolio degli anni settanta; ma il<br />
momento da quando nulla sarà mai più come prima, spiace dirlo, si situa alla<br />
caduta del muro sovietico e alla fine della guerra fredda. La neutralità della<br />
Svizzera si svuotò allora improvvisamente di contenuti ideologici: essa, da<br />
politica dell’equidistanza divenne politica di pace. E, proprio in nome della<br />
pace e del suo “mantenimento”, si sa, le potenze mondiali non più frenate<br />
dall’equilibrio del terrore avrebbero fatto di tutto, e soprattutto molte<br />
guerre.<br />
<br />A questa “banalizzazione” del ruolo<br />
internazionale del nostro paese s’aggiunse la formidabile esplosione dei<br />
mercati, che tutt’ora rappresenta il fenomeno della globalizzazione. E noi<br />
svizzeri -non si sa se per continuare a difendere a tutti i costi il nostro<br />
posto al sole della concorrenza internazionale o se, invece, perchè in fondo<br />
funzionavamo da sempre così- riuscimmo a infilare una serie di scandali<br />
politici, economici, finanziari e giudiziari assolutamente degni di una<br />
qualunque delle democrazie “imperfette” circostanti.<br />
<br />Novità assolute? Non proprio, ma il sistema<br />
faceva ormai fatica ad assorbirle: disoccupazione strisciante, plateale attacco<br />
internazionale alla nostra neutralità storica, perdita di posizioni sui mercati<br />
internazionali, ossessiva rimessa in questione del nostro segreto bancario da<br />
parte dei nostri paesi di riferimento. Tutti fenomeni che hanno<br />
fatto in poco tempo della Svizzera un paese molto meno differente dagli altri.<br />
<br />Agli occhi di tutti? No di certo, e<br />
soprattutto non ancora a quelli nostri. Qui entra in scena infatti una certa,<br />
da noi diffusa, “ossessione” politica per il diverso -sia esso persona che<br />
idea- ingenerata da una quasi naturale nostra autoreferenzialità: tanti<br />
percorsi e scelte storici unici, un sistema socio-politico modellato sui nostri<br />
bisogni, sembrano aver fatto di noi dei cittadini poco propensi al dubbio e<br />
alle rimesse in questione radicali.<br />
<br />Si diceva sopra, che, dalle nostre parti,<br />
questa impressione nasce davanti a tanti discorsi che rimpiangono i “vecchi<br />
tempi”, quando, per esempio, “la gente stava a casa sua e non veniva a farsi<br />
mantenere da noi”, quando “Tremonti e soci non impedivano a chi voleva di<br />
cercar rifugio nelle nostre banche per i suoi capitali” o quando “i turisti<br />
passeggiavano sui nostri lungolaghi e compravano le belle cose offerte dai<br />
nostri negozi”.<br />
<br />Non si tratta tuttavia solo di discorsi da<br />
bar, bensì di un’abitudine a vedere il mondo assai diffusa anche presso coloro<br />
ai quali il ruolo politico, in particolare, imporrebbe d’affrontare i problemi<br />
per quel che sono, in modo analitico e alla luce dei fatti. Sembriamo preferire<br />
tutti sognare un universo intrinsicamente uguale a noi stessi, cercando semmai<br />
di rimuovere meccanicamente gli “accidenti” o corpi estranei a noi sfavorevoli.<br />
<br />Così, a un mondo in piena “deregulation” dei<br />
mercati e delle idee, con il capitalismo della Cina comunista che sconvolge il<br />
commercio internazionale e Blair il laburista che va alla guerra con Bush il<br />
petroliere, si pensa di contrapporre, per esempio, il “progetto” di un “Ticino<br />
che funzioni come un orologio”. Se questa è la visione dei politici per il<br />
nostro sviluppo -in particolare, di chi si candida alla guida delle nostre<br />
città- che ne è del salto qualitativo e quantitativo richiesto dalla perdurante<br />
recessione e dal “nuovo” elemento contenuto nelle fusioni comunali?<br />
<br />Governare le trasformazioni richiederebbe ai<br />
“primi cittadini”, piuttosto, di “pensare oltre”, al di fuori degli schemi,<br />
naturalmente lineari e conservatori, dell’amministrazione (non solo quella<br />
pubblica). Richiederebbe una volontà di raddrizzare la barca evitando d’affidarsi<br />
semplicemente al buon vento della congiuntura, eventualmente in ripresa.<br />
<br />Chi propone, nel 2004, senza ridere, agli<br />
abitanti di un nostro centro urbano di “modellare senza stravolgere” fa&nbsp; tutt’al più del “lifting”, ma non affronta le<br />
questioni sul tappeto. A livello locale, languono le attività turistiche,<br />
commerciali, finanziarie, la viabilità e altri settori ancora, più<br />
congiunturali, ma che anch’essi dovrebbero far parte di un programma concordato<br />
di legislatura.<br />
<br />I fenomeni che affliggono queste aree di<br />
crisi andrebbero, così, individuati con lucidità e coraggio, anche se, forse,<br />
fanno particolarmente male sotto elezioni. Essi sono senz’altro dovuti a delle<br />
condizioni quadro nazionali e internazionali difficili, ma, alle nostre<br />
latitudini, hanno anche dei caratteri loro propri che si chiamano: offuscamento<br />
della nostra immagine internazionale, insufficienze strutturali, debolezze<br />
programmatiche, clientelismi e partitismi, marginalità verso la Svizzera e<br />
distacco nei confronti dell’Insubria.<br />
<br />Viene da pensare che la progettualità insita<br />
in un simile approccio risulterebbe estranea al nostro agire corrente e, in<br />
particolare a quello dei nostri amministratori presenti o futuri. Un progetto<br />
maturato fuori dai sentieri battuti verrebbe senz’altro temuto; vi si<br />
arriverebbe eventualmente a scorgere persino una <em>grandeur</em> fuori posto<br />
nel nostro sistema di democrazia diretta. Ma è proprio di questo che si tratta,<br />
di saper pensare diversamente davanti a ogni nuovo problema e non di ridurlo<br />
per forza a quello che noi pensiamo d’essere capaci di risolvere meglio.</p>
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		<title>CAMPANILISMO.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:47:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Quant'è verde la mia valle... "la Regione Ticino", 23 marzo 2004]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È con un misto d’incredulità e rassegnazione che si reagisce alle<br />
recenti idee espresse da addetti al lavoro locali e politici federali<br />
per far fronte alla crisi del nostro turismo. Quando si arriva a<br />
proporre politiche « del sorriso » e nel contempo si ha la sfrontatezza<br />
di suggerire l’azzeramento dei sussidi federali per il settore, si ha<br />
l’impressione d’essere arrivati proprio « alla frutta ». E questo, nel<br />
paese che proprio del turismo ha saputo fare un’industria, anche<br />
d’esportazione !</p>
<p>Dick Marty, Presidente di Svizzera Turismo, intervistato da Swissinfo<br />
alcuni gioni fa, giustamente s’indignava e sottolinea invece<br />
l’importanza del marketing per rilanciare il nostro “meraviglioso”<br />
paese. <br />
Ma non l’abbiamo sempre fatto? Forse no o non bene. Ho l’impressione,<br />
per esempio, che le “opportunità” di rispondere a una diffusa domanda<br />
di sicurezza offerteci dagli attentati dell’11 settembre e dalla SARS<br />
asiatica ce le siamo ampiamente fatte sfuggire. Ricordo persino che una<br />
campagna pubblicitaria nella vicina Italia fu annullata perchè<br />
giudicata inopportuna in quei frangenti.</p>
<p>Se ne trae l’impressione che il marketing del nostro paese continui a<br />
essere troppo autoreferenziale e non sufficientemente tattico. È<br />
probabilmente vero che i turisti che continuano a venire da noi si<br />
dichiarino soddisfatti; ma quello che ci dovrebbe soprattutto<br />
interessare è che cosa pensano quelli che da noi non ci vengono affatto<br />
e quello, in particolare, che cercano i nuovi turisti « globali »,<br />
Cinesi, Russi, Indiani, per esempio. </p>
<p>Quand’è che l’autocompiacimento, che curiosamente continua a<br />
contraddistinguere il nostro elvetico approccio alla realtà esterna, ci<br />
permetterà, in particolare, d’anteporre al perfezionamento della nostra<br />
offerta turistica una più intelligente attenzione alla domanda<br />
esistente? Quand’è che adotteremo una vera politica turistica basata<br />
sulla risposta alle nuove richieste, quelle vere, e magari diverse<br />
dalle nostre certezze?</p>
<p>Quante altre estati torride dovranno passare, quante guerre e attentati<br />
ed epidemie dovranno scoppiare nel mondo, fino a quanto dovrà<br />
rivalutarsi l’Euro, perchè siano infine riunite le condizioni perchè<br />
anche la Svizzera e il Ticino possano approfittare di una domanda<br />
turistica a noi favorevole? <br />
Anche nel marketing turistico dovrebbe esistere la tattica e non solo<br />
le grandi strategie per rispondere alle nuove domande, una sorta di<br />
just in time per approfittare per tempo delle diverse richieste e<br />
tendenze del momento.</p>
<p>Anche un po’ di fantasia e di novità non guasterebbero :<br />
tendenzialmente incuriosiscono tutti. A questo proposito, è senz’altro<br />
giusto e forse anche utile andare a presidiare con i nostri stand<br />
promozionali le fiere internazionali del turismo. Anche per la nostra<br />
industria turistica, tuttavia,&nbsp; sarebbe forse venuto il momento di<br />
lasciar entrare un po’ d’aria fresca direttamente nei suoi organismi ed<br />
enti vari, smettendola, per esempio, come suggeriva proprio Marty già alcuni anni fa, con la<br />
pratica corrente di cooptarne i responsabili per ragioni altre che le<br />
loro comprovate qualità professionali. </p>
<p>In quale altro settore economico strategico per l’economia del paese ci<br />
si continuerebbe a comportare in modo così miope davanti a una crisi di<br />
cui non si può prevedere la fine? Già alcuni viaggiatori dell’’800<br />
avevano intuito che la gente dalle nostre parti non aveva il senso<br />
dell’ospitalità nel sangue ma che, ciò nonostante, ne aveva saputo fare<br />
un mestiere. Probabilmente è venuto per noi il momento di smettere di<br />
pensare che le nostre doti umane e le nostre bellezze naturali ci<br />
autorizzano a non confrontarci più attentamente con le esigenze e i<br />
gusti del resto del mondo. &nbsp;</p>
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		<title>PROGETTUALITÀ bis.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:46:54 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Proposta del gruppo Ripensare Lugano, ott. 2003]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/documents/PROPOSTA_DEL_GRUPPO.pdf" target="_blank" title="">Proposta del gruppo Ripensare Lugano, ott. 2003</a></p>
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		<title>ITALIANITÀ.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:45:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Ticino quanto basta "la Regione Ticino", 15 novembre 2002]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E<br />
se, oltre al traffico del San Gottardo, i nostri confederati, da<br />
ambedue le parti del Röstigraben, avessero deciso di prendere anche<br />
l’intero Canton Ticino con il &#8220;contagocce&#8221;? <br />
L’inaspettato modo in cui il Direttivo del Ps nazionale ha liquidato la<br />
più che mai legittima candidatura di Patrizia Pesenti alla successione<br />
di Ruth Dreifuss la dice lunga su chi si sente rappresentato da chi nel<br />
nostro Paese. Questa possibile perdita di significato del nostro<br />
Cantone, forse non a caso, si manifesta proprio in una fase in cui il<br />
sole sembra brillare meno forte nei nostri cieli, con turisti e<br />
capitali sempre meno attratti dalla « destinazione » Ticino.<br />
Un simile dubbio sulla nostra reale consistenza di « cerniera » verso<br />
il Sud dell’Europa affiora chiaramente anche nell’introduzione al<br />
supplemento che ha appena consacrato la Neue Zürcher Zeitung al Ticino<br />
e all’Insubria. Non tanto perchè noi Ticinesi sfigureremmo davanti alla<br />
potenza economica e culturale dei vicini Italiani, semmai perchè<br />
saremmo ormai troppo lontani dai nostri referenti bernesi ! <br />
Chi l’avrebbe detto che, proprio nel momento in cui maggiormente il<br />
nostro ruolo di Sonderfall nel grande Sonderfall svizzero ci diventa<br />
più prezioso, esso perda d’attrattività e si svuoti di contenut, sia<br />
globali (turismo e finanza) che locali (rappresentanza<br />
politico-economica). Dove andare a cercare nuove o comunque vitali<br />
ragioni d’essere della nostra italianità elvetica ? Cosa fare,<br />
soprattutto, per evitare di « contarcela su » fra di noi, dimenticando<br />
bellamente di verificare se al di là dei nostri confini qualcuno sia<br />
ancora attratto dai nostri discorsi. Quelli, per intenderci, fatti<br />
d’efficienza dei servizi, di varietà del nostro paesaggio, di<br />
testimonianze culturali diffuse, di un luogo ideale perchè è un po’ di<br />
tutto.<br />
Probabilmente, è da una verifica serena e realistica di tutto ciò, che<br />
bisognerebbe partire. Vedere in che misura&nbsp; questi, che potrebbero<br />
anche essere diventati vuoti slogan o cliché, sono ancora validi o<br />
percepiti come tali all’esterno. Perchè, quello che sembra certo è che<br />
non funzionano più come prima e, possibilmente, bisognerebbe presto<br />
andare ad preoccuparsi della metà vuota del bicchiere e non solo<br />
compiacersi di quella -ancora- piena. Vedi, per esempio, la curiosa<br />
metodologia adottata dall’ETT per le sue indagini, condotte tramite il<br />
suo sito e incentrate sulle ragioni dei turisti che già vengono da noi,<br />
verosimilmente, soddisfatti di passare le loro vacanze in Ticino !<br />
Neppure molto utile sarebbe piangere sulla cattiva sorte della nostra<br />
economia, sia che essa porti il nome di un ministro berlusconiano o sia<br />
formulata nell’incerto italiano di Locarno Monti : non c’è nè &#8220;decreto<br />
Tremonti&#8221; nè alcuna pessimistica previsione metereologica che tengano,<br />
in un aperto e professionale confronto internazionale. Se crediamo,<br />
come crediamo, negli aspetti positivi della globalizzazione, non<br />
possiamo che cercare di battere la concorrenza sul piano della qualità<br />
e dell’intelligenza. <br />
Ciò significa andare oltre le nostre nuove monoculture indigene -fatte<br />
di private banking&nbsp; e grottini genere Mövenpick- e portare,<br />
verosimilmente, tutta l’attenzione su un’offerta dello « stare bene »<br />
tutta nostra, comunque decisamente meglio di come si troverebbe<br />
altrove. Questa nuova cultura o « missione » dovrebbe allargarsi a<br />
tutti gli aspetti della&nbsp; nostra vita quotidiana e della nostra<br />
società, con contenuti innovativi valorizzanti l’esistente, fino al<br />
punto di rimetterlo completamente in questione : a trarne vantaggio<br />
sarebbero gli abitanti stessi, primi clienti del loro paese. Si pensi<br />
ai lungosenna, trasformati d&#8217;estate in spiagge sabbiose con ombrelloni<br />
e sdraio dalla municipalità parigina!<br />
Resta poi da chiedersi se, oltre a subire le conseguenze di qualche<br />
fenomeno esterno che non possiamo controllare, alcune reazioni negative<br />
non le siamo andati a provocare noi stessi. Anche i Radicali italiani<br />
di Pannella non sono mai stati così noti all’estero come ai tempi di<br />
Cicciolina ; poi, non a caso, sprofondarono elettoralmente. Similmente,<br />
mai tanta attenzione è stata prestata alla rappresentanza parlamentare<br />
ticinese e agli aspetti folkloristici della nostra politica locale come<br />
da quando abbiamo scelto una pornostar a rappresentarci nel parlamento<br />
cantonale. È però lecito pensare che questo genere di curiosità,<br />
piuttosto che qualche fattaccio che ha visto in questi anni<br />
particolarmente coinvolta la nostra piazza contribuiscano<br />
all’identificazione dell’intero Paese con l’immagine che talvolta diamo<br />
di noi stessi. C’è così da scommettere che qualche specialista di<br />
ricette bernesi il Ticino lo preferisca usare proprio come diceva<br />
l’Artusi : Q.B., quanto basta, e non una volta di più !</p>
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		<title>CALCIO.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

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		<description><![CDATA[Schadenfreude luganese, "la Regione Ticino", 27 marzo 2002]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ovvero: come subire le proprie o altrui disgrazie compiacendosi d’averle, in cuor suo, già da tempo previste. <br />
Va subito detto che, a chi si diverte a questo gioco, il nostro paese<br />
si premura negli ultimi tempi d’offrire parecchie occasioni<br />
d’esercizio: dalle previsioni sugli effetti del traffico stadale del<br />
San Gottardo a quelle sull’andamento di una certa economia, da quelle<br />
sugli effetti della « linee guida » per il nostro turismo a quelle sul<br />
degrado del paesaggio e dell’ambiente cittadino. <br />
Nonostante tante altre facili occasioni di soffrire, sulla vicenda del<br />
FC Lugano, scoppiata quasi per caso a seguito della scomparsa del suo<br />
Presidente, si sono buttati in parecchi, anche dalle colonne di questo<br />
quotidiano. E alla gravità delle rivelazioni di oggi fa solo riscontro<br />
la generalità -con l’eccezione del settimanale area, se non sbaglio-<br />
dei silenzi di ieri. Non sarà mica stata una congiura di quelle poche<br />
migliaia di tifosi bianconeri che frequentano Cornaredo a cucire le<br />
bocche di tanti altri ! <br />
Ma l’attenzione non pare essersi riaccesa solo sui miracolistici<br />
bilanci del Club luganese : si va a cercar, evidentemente trovandoli,<br />
esempi analoghi oltralpe e si scoprono d’un tratto tutti gli<br />
aspetti&nbsp; negativi del cosiddetto « sport d’élite ». Politici e<br />
addetti ai lavori -almeno quelli nostrani che partecipano ai dibattiti<br />
improvvisati sull’argomento- su questo sembrano comunque essere tutti<br />
più o meno d’accordo: lo Stato deve creare&nbsp; le « condizioni quadro<br />
» per l’esercizio delle attività sportive, quelle d’élite comprese, ma<br />
non andar oltre. Soprattutto, precisano certuni, evitare che i soldi<br />
pubblici servano all’ingaggio di professionisti superpagati. Un po’<br />
come se Bellinzona condizionasse l’utilizzo dei suoi contributi al<br />
Festival del cinema di Locarno chiedendo che vengano esclusi i film e<br />
la partecipazione delle star hollywoodiane. Qualche « bambela »<br />
leghista ne approfitta intanto per fare il solito salto della quaglia e<br />
s’affretta a chiedere nuove sovvenzioni per il settore dalle<br />
casse…bernesi. <br />
Questo irrompere dell’etica dell’uguaglianza anche nello sport,<br />
comunque, sarà forse comprensibile in un contesto esacerbato dalle<br />
polemiche sui superstipendi e superconsulenze distribuiti anche alle<br />
nostre latitudini, fa però francamente sorridere. In questo momento, da<br />
parte di chi non è tifoso, ma magari sportivo, e che pensa d’avere a<br />
cuore il rispetto delle leggi e la crescita sociale di questa Città, ci<br />
sarebbero invece alcuni altri temi su cui riflettere, prendendo spunto<br />
da questa brutta vicenda senza drammatizzare impropriamente lo<br />
scivolone del FC Lugano.<br />
Varrebbe la pena, per esempio di soffermarsi a riflettere sulla<br />
dinamica senz&#8217;altro positiva di &#8220;incoraggiamento&#8221; esistente fra sport<br />
di massa e sport d’élite, probabilmente la più forte e certamente non<br />
la più deleteria fra quelle che esercita lo star system&nbsp; sulla<br />
nostra società.<br />
Va presa in dovuta considerazione anche l’attività organizzata per i<br />
giovani dal Club medesimo, non solo intesa come “vivaio” per la prima<br />
squadra, ma valorizzandone la preziosa funzione sociale, formativa e di<br />
sano impiego del tempo.<br />
Da sinistra a destra dell’arco delle sensibilità politiche cittadine,<br />
si dovrebbe anche tenere in dovuto conto l’aspetto popolare sia dell’«<br />
andare allo stadio » che del « tifo » stesso, fenomeni carichi anche di<br />
valori di socializzazione preziosi in un’epoca di indebolimento<br />
d’identità della nostra comunità locale e di difficile integrazione di<br />
sempre più numerosi lavoratori stranieri residenti da noi.<br />
Non andrebbe infine assolutamente sottovalutato il notevole potenziale<br />
simbolico veicolato da una squadra sportiva cittadina di successo, come<br />
comunque rimane &#8220;il Lugano&#8221;. Non è affatto opportuno scordarselo,<br />
soprattutto da noi di questi tempi, con parecchie cose che non girano<br />
più nel verso giusto, sia per l’immagine della Svizzera che per quella<br />
della Città, e che probabilmente renderanno necessari notevoli sforzi<br />
d’immaginazione e d’investimenti per essere raddrizzate. Da qui, anche,</p>
<p>la necessità di lasciare la giustizia fare interamente il suo corso, ma<br />
contemporaneamente di lavorare sin da subito al recupero e rilancio di quel che rimane del Club cittadino.</p>
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		<item>
		<title>PROGETTUALITÀ.</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Apr 2009 09:44:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[le mie idee]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.flaviomeroni.ch/?p=55</guid>
		<description><![CDATA[Ripensare Lugano, "la Regione Ticino", 14 marzo 2002]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando l’UE parlò un paio di anni fa d’introdurre le prime misure di<br />
trasparenza fiscale, da noi ci fu la scontata levata di scudi a difesa<br />
del segreto bancario, ma -forse saggiamente- non ci si è voluti<br />
allarmare più di tanto, fidando ancora una volta sostanzialmente nello<br />
storico vantaggio competitivo internazionale della piazza finanziaria<br />
svizzera. L’idea messa innanzi fu quella, sempre buona, della «<br />
Svizzera rifugio » di capitali perseguitati nel mondo dalle rispettive<br />
autorità statali.<br />
Poi è arrivato a sorpresa lo « scudo&nbsp; fiscale» del ministro<br />
berlusconiano Tremonti, formidabile condono di capitali in fuga per i<br />
più svariati motivi, e di nuovo abbiamo prudentemente evitato di<br />
fasciarci la testa prima di ricevere i colpi. Anzi, un coro di addetti<br />
al mestiere nostrani si è affrettato a predirci che il rientro in<br />
patria avrebbe interessato pochi punti di percentuale di un ammontare<br />
totale di&nbsp; « accantonamenti » di origine italiana, che tutti si<br />
sono accordati nel valutare a 360 miliardi di franchi.<br />
Ma qualcosa non sembra più funzionare come prima, al di là del tono<br />
volutamente rassicurante di tante dichiarazioni di segno sovente<br />
opposto, sia dall’una che dall’altra parte del confine. Non si<br />
conoscono ancora che alcuni significativi dati sul rimpatrio, ma già<br />
due accorti conoscitori della piazza luganese come il sindaco Giudici e<br />
il municipale Bignasca chiedono una tregua sul fronte degli sgravi<br />
fiscali, giusto « per vederci meglio ». Un diffusa ma forte ansietà si<br />
diffonde nelle marmoree pareti dei nostri istituti bancari e nella<br />
costellazione di fiduciarie nate in città, mentre i più attenti (o<br />
esposti) gestori già fanno i bagagli e seguono magari i capitali loro<br />
affidati al di là della frontiera. Da qui a chiedersi se la crepa<br />
creatasi nel nostro pingue sistema economico cittadino non stia<br />
diventando una falla incolmabile ci vuole veramente poco. Qualche<br />
commentatore ammette così, che gli anni delle vacche grasse<br />
appartengono ormai al passato e invoca, non si capisce perchè solo ora,<br />
un ritorno a una concezione più « morale » del nostro agire pubblico.<br />
Alcuni, intanto, si stanno già consolando con la rinnovata attenzione e<br />
premura mostrata dalle banche nei confronti&nbsp; della clientela<br />
nostrana e le sue necessariente meno &#8220;sofisticate&#8221; richieste di<br />
servizi. Altri avranno adesso la piacevole occasione di scoprire che<br />
il&nbsp; private banking&nbsp; è meno inaccessibile ai comuni mortali<br />
di quanto ci avevano fatto credere negli anni in cui « segmentare la<br />
clientela e i servizi » era diventato il motto di ogni istituto di<br />
rango. Resta purtroppo l’impressione che qualcosa della Lugano -e<br />
verosimilminte del Ticino- ai quali ci eravamo abituati e in cui ci<br />
eravamo sempre più adagiati se ne stia andando per sempre.<br />
Ma era vera gloria o solo immaginazione ? Era qualità di servizi e<br />
professionalità bancaria o manna caduta dal cielo che è bastato<br />
raccogliere e conservare con cura? Senz’altro c’era dell’uno e<br />
dell’altro ; e non possiamo ovviamente contare sull’obiettività dei<br />
nostri clienti d’oltre frontiera, che starebbero d’altronde rompendo<br />
precipitosamente i ranghi, per verificare il grado di gradimento circa<br />
i servizi effettivamente ricevuti.<br />
Certamente abbiamo saputo approfittare dell’occasione presentatasi e<br />
crearci un’immagine di piazza finanziaria -fatta di luci e ombre- che<br />
ha contribuito, fra l’altro, quanto nessun altra alla prosperità delle<br />
nostre finanze cittadine. Tenuto conto del mutato quadro<br />
internazionale, ora potremmo concentrarci sui capitali « ufficiali » o,<br />
come hanno invitato a fare i gestori ticinesi di patrimoni proprio su<br />
queste colonne, prendercela con i fiduciari che operano liberamente<br />
sulla nostra piazza dall’estero. Nessuno sfugge però alla sensazione<br />
che non si potrà più a lungo campare di rendita. Il momento è quindi<br />
più che mai opportuno per domandarci come si svilupperà nel futuro la<br />
nostra città e quali sono le risorse che ci converrà valorizzare per<br />
permetterle comunque di continuare la sua crescita.<br />
Un po’ meglio, speriamo, di come si tenta attualmente di fare per il<br />
turismo a livello cantonale sulla falsa riga del Libro Bianco<br />
commissionato a suo tempo dalla Direttrice del Dipartimento delle<br />
finanze e dell’economia, andrebbe colta quest&#8217;occasione per rilanciare<br />
la Perla del Ceresio. Capire quali sono i suoi caratteri vincenti,<br />
quelli che meglio rispondono ai bisogni della sua popolazione e<br />
contemporaneamente alle aspettative del suo mondo di riferimento. Cioè,<br />
in primis, il Cantone tutt’intero, che guarda tutt’ora a Lugano come a<br />
un polo d’attrazione economico-finanziaria unico. Poi, l’Insubria, che<br />
potrebbe diventare finalmente una dimensione di crescita economica e<br />
culturale da considerare seriamente in tutte le sue innumerevoli<br />
potenzialità.<br />
Sono tuttavia la dimensione e la valenza internazionali della città che<br />
vanno ad ogni costo preservate : ce le siamo bene o male sapute<br />
conquistare e trasformare anche in savoir-faire commerciale, turistico<br />
e fors’anche culturale. Si tratta ora di consolidare questa esperienza,<br />
recuperarne realisticamente i punti che ci siamo abituati a considerare<br />
« forti » della nostra offerta&nbsp; cittadina e andare a verificarne<br />
il gradro di accettabilità da parte dei nostri « pubblici dei<br />
riferimento », finanziari, turistici, sia quelli residenziali che i<br />
pendolari, ecc. Quest’esercizio è bene ricordarlo, varrà però solo<br />
nella misura in cui è condotto con realismo e rinnovata creatività. <br />
La nostra Università, per esempio, oltre che arricchire verosimilmente<br />
il contesto socio-culturale cittadino, cosa peserebbe se tentassimo di<br />
ringiovanire e « ispessire » grazie a essa l’immagine di Lugano?<br />
Tutte le attività di balneazione, sportive e di svago praticabili nel e<br />
attorno al Ceresio, non produrrebbero, se non altro perchè si tratta<br />
di&nbsp; un lago al Sud delle Alpi, un maggior interesse se il suo<br />
ambiente fosse più attentamente protetto e promosso con un marketing<br />
più mirato?&nbsp; <br />
Quali potrebbero essere i nuovi spazi&nbsp; economici generati da uno<br />
sfruttamento sinergico delle strutture alberghiere e di quelle<br />
fieristico-congressuali cittadine, presenti e future, legandole, per<br />
esempio, alla tradizione bancaria locale piuttosto che a settori nuovi<br />
come quello « salute e benessere », che, almeno a prima vista, possono<br />
parerci congeniali.<br />
E come inserire dinamicamente, infine, il rilancio del Kursaal e le sue<br />
nuove attività in un contesto turistico sempre meno elitario e in un<br />
centro cittadino notturno che sonnecchia la maggior parte dell’anno non<br />
appena si chiudono gli sportelli?<br />
Va quindi&nbsp; ricordato che per “riposizionare” la Città e, in<br />
particolare, il suo turismo, ci si&nbsp; dovrebbe fare delle idee ben<br />
chiare sulla sua situazione attuale e le sue potenzialità rispetto alle<br />
domande dei suoi cittadini e alle aspettative dei suoi visitatori. Il<br />
rilancio della Lugano turistica, in particolare, richiede finalmente un<br />
approccio globale e coraggioso, di “cultura”, che dovrebbe entrare a<br />
far parte integrante della “missione” della Città e permeare, in<br />
particolare, tutte le decisioni dei suoi responsabili pubblici e<br />
privati.</p>
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